Una pellicola d’azione, un kolossal di sicuro successo. Intervistati dal Caffè parlano i protagonisti di The Kingdom alla vigilia del mese d’oro per i botteghini
Un grande regno di celluloide
DI CLAUDIA LAFFRANCHI


È raro che un film d’azione faccia riflettere, ma The Kingdom è l’eccezione che conferma la regola. Diretto da Peter Berg e prodotto da Michael Mann, The Kingdom è interpretato da Jamie Foxx e Jennifer Garner, agenti dell’FBI che indagano su di un atto di terrorismo antiamericano in Arabia Saudita. Girato negli Emirati Arabi Uniti che si sono prestati a fare da controfigura al vicino saudita, il film espone i precari equilibri tra governo americano, oligarchia saudita, compagnie petrolifere, fanatici religiosi e gruppi terroristici nel paese che ospita la Mecca, ma senza prediche e senza dimenticare adrenalina e testosterone. “All’inizio pensavo addirittura di girare il film in Arabia Saudita”, dice Peter Berg, “sono il primo regista americano che ha avuto un visto per farvi dei sopraluoghi, grazie all’aiuto dell’ex ambasciatore saudita a Washington. Ma ho subito capito che era impossibile assicurare una troupe per filmare in quel paese, è già stato un miracolo ottenere una polizza per gli Emirati. Secondo me comunque Dubai e Abu Dhabi sono il futuro del Medio Oriente. Sono le prime città della regione che coltivano e inseguono cultura e investimenti occidentali, ed è straordinario vedere la loro crescita. Se c’è un futuro pacifico per il Medio Oriente, verrà dagli Emirati”. “È incredibile la ricchezza di Abu Dhabi”, aggiunge Jamie Foxx, che in quanto megastar hollywoodiana non dovrebbe essere facilmente impressionabile. “Hanno fatto investimenti faraonici nella cultura e nel turismo, e questo film è stato per loro un’occasione per dimostrare che credono seriamente in questa strada, una strada che porta alla comprensione tra i popoli e a benefici economici per tutti. Nel mio albergo ad Abu Dhabi, un palazzo da mille e una notte, avevo una suite grande come un’intero isolato. E mai viste tante macchine di lusso per strada. La ricchezza del petrolio è stata distribuita tra tutta la popolazione, e la gente ricca non è interessata al fanatismo religioso, è più inclinata a vivere e lasciar vivere. Non sono religioso, mi sento più attratto dall’energia delle persone, e mi sorpende sempre vedere come la religione trasformi certi individui. C’è gente decente in tutte le religioni, ma i grandi capi hanno la loro agenda, sono manipolativi, e riescono a far fare cose orribili ai loro seguaci in nome dell’aldilà, dagli estremisti islamici a figure come Jerry Falwell, il predicatore conservatore i cui seguaci fecereo saltare in aria cliniche dove si praticavano aborti. E se non l’aldilà non ci fosse, non è forse meglio vivere tutti in pace qui?”. “Ho scelto The Kingdom come primo progetto dopo la nascita di mia figlia perchè riflette la mia filosofia”, dice Jennifer Garner. “Mi piace il fatto che mostri i due lati della medaglia, non è un film in cui gli yankee arrivano e tutto si sistema. Trovo significativa la scena in cui Jamie dice al collega arabo che non siamo perfetti, ma che ci sono delle cose in cui in quanto americani siamo bravi, e quindi chiede di poter fare il suo lavoro senza ostacoli. Il film si conclude ben lontano da un lieto fine, con l’insinuarsi della mentalità del taglione che attraversa nazionalità e generazioni diverse, e spero che questo farà discutere e riflettere. Dal canto mio non ho certo risposte universali alle domande sollevate, ma nel mio piccolo voglio che mia figlia cresca con valori di tolleranza e capendo che la vendetta non è mai una soluzione”. La Garner ha avuto un aiuto prezioso durante la preparazione del film, quello di suo marito Ben Affleck. “Ben si è specializzato in studi medio orientali al college”, spiega l’attrice. “Era interessato a quella regione già ai tempi in cui non era in prima pagina, e quindi mi ha spiegato un sacco di cose su sciiti, sunniti e curdi, sulla spartizione della penisola arabica e le sue conseguenze politiche ed economiche”. Il film, non è certo una sorpresa, non è stato accolto a braccia aperte negli Stati Uniti, così come altri film critici dell’attuale situazione politico-militare. “Abbiamo fatto un errore, l’Iraq, e ora il mondo ci odia e stiamo tutti pagando per le decisioni di Washington. Io non posso che fare film .
25-11-2007 00:00


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