In Bulgaria una etnia contro il processo d'assimilazione
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Nel villaggio tra i monti
dove vivono i musulmani
MATTIA MARZORATI DA RIBNOVO


Un villaggio abitato da 560 musulmani bulgari composto da 105 abitazioni". Così nel 1900 il politico e geografo bulgaro Vasil Kanchov descriveva Ribnovo. Dopo un secolo la popolazione è quintuplicata e nella scuola Yordan Yovkov studiano oggi oltre 400 alunni. L’origine dei pomacchi, nome con il quale si definisce la popolazione bulgarofona praticante l’Islam, non è del tutto chiara: l’ipotesi più probabile è che si tratti di una comunità nata durante il lungo periodo di dominazione ottomana, convertitasi forzatamente o per interessi economici, che abbia poi mantenuto marcati tratti della cultura d’origine. Sui pendii dei monti Rodopi, a poche decine di chilometri dal confine con la Grecia, si concentra la maggior parte dei pomacchi e Ribnovo è uno dei villaggi storicamente più rilevanti.
Nel corso dei secoli la popolazione pomacca ha attraversato periodi di grande incertezza a causa di una natura ibrida, divisa culturalmente fra Turchia e Bulgaria. Nel 1876 si trovarono in prima linea, al fianco delle forze turche, nella sanguinosa repressione delle rivolte bulgare contro l’Impero Ottomano, in particolar modo nei massacri di Batak, Peruštica e Bracigovo. Successivamente, questi scontri portarono al declino dell’Impero e all’indipendenza della Bulgaria: dichiarata il 3 marzo 1878, questa provocò una forte emigrazione dei pomacchi verso l’Anatolia.
Le generazioni superstiti in Bulgaria soffrirono sotto il regime comunista un forte attacco identitario. Todor Zhivkov, capo del governo negli anni Ottanta, perpetuò un processo di assimilazione forzata delle minoranze musulmane bulgare costringendo ogni persona che avesse un nome di origine araba o turca a cambiarlo per uno slavo. Gli oppositori di questa politica vennero perseguitati e imprigionati e molti furono gli scontri nel biennio 1984-85.
Il passato travagliato di questa comunità sembra essere ora un lontano ricordo. Nella biblioteca della moschea di Ribnovo (che oggi ha circa 2.500 abitanti) l’eredità del dominio ottomano è visibile sotto forma di antichi manoscritti risalenti ad oltre 600 anni fa. Il ritmo lento della quotidianità è quello di un villaggio arroccato sui monti, dove la pastorizia e l’artigianato sono le fonti primarie di sostentamento per gran parte della popolazione.
Il basso livello di scolarizzazione riduce fortemente le possibilità future: i giovani, particolarmente i maschi, si trovano così costretti ad abbandonare Ribnovo in cerca di migliori prospettive e lavori più remunerativi. Sofia diventa così la prima destinazione possibile ma non manca chi emigra dalla Bulgaria per lavorare i campi in Italia, Spagna o Germania.
L’inverno, nonostante le rigide temperature, è il momento dell’anno in cui il paese si ripopola accogliendo per qualche settimana le nuove generazioni di ritorno dai lavori stagionali. A ottobre prende il via la stagione dei matrimoni durante la quale si riempiono le moschee e i pochi locali che si affacciano sulla strada principale, dove si sfugge al gelo e si socializza.
Le donne ricoprono un ruolo fondamentale: lasciate sole dai mariti e dai figli per la maggior parte dell’anno, diventano le colonne portanti di un paese che si trasforma in un vero e proprio matriarcato. Oltre che occuparsi dell’educazione dei bambini e del mantenimento delle abitazioni, le donne di Ribnovo, emancipatesi sotto il periodo comunista, svolgono diverse attività. Ne è un chiaro esempio la compagnia tessile tedesca Roman che offre lavoro a circa duecento impiegate in una fabbrica aperta da qualche anno proprio nel villaggio; all’interno dello stabile vengono prodotti ogni giorno decine di capi d’abbigliamento destinati al mercato europeo.
Le dinamiche sociali di questa comunità sono in continuo mutamento ma forse la forza dei pomacchi sta proprio nella capacità di adattamento ai diversi fattori politici ed economici, senza mai dimenticare la propria identità.
17.03.2019


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