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Un diario-accusa del direttore della clinica Moncucco
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"Vi spiego tutto ciò
che si è sbagliato"
R.C.


Alcune cose sono state sbagliate. Altre avrebbero potuto essere fatte meglio. Con il "senno di poi" - e il direttore lo ripete più volte - forse è facile, quantomeno più semplice capire gli errori commessi e le soluzioni alternative che si sarebbero potute scegliere. In ogni caso quello del direttor Christian Camponovo, alla testa della clinica Luganese Moncucco di Lugano, è una radiografia e nel contempo una sorta di atto d’accusa che può e deve servire anche nell’immediato, nel prossimo futuro. Un futuro fatto di - lo dice lui stesso in questa dettagliata analisi di quanto è accaduto - "nuove chiusure che saranno seguite da riaperture nell’attesa, o più nella speranza, che si trovi il vaccino o il medicinale miracoloso oppure che il virus muti diventando più simile a quello di una normale influenza".
Volendo sintetizzare giornalisticamente e per tutti, così, tanto per avere una bussola delle critiche avanzate da Camponovo, i punti deboli nella nostra realtà ticinese, la prima e più toccata in Svizzera, i punti deboli, dicevamo, sono due: quello che si può definire il focolaio iniziale, le manifestazioni di carnevale nella seconda metà di febbraio, e le case per gli anziani. Camponovo non è la prima volta che punta l’attenzione sul carnevale. Già un mese fa in una nota interna, come quella che anche ieri, sabato, ha redatto per tutti i collaboratori della clinica, aveva sottolineato come a partire dalla settimana successiva le vacanze di carnevale in Ticino si fossero registrati i primi contagi.
Torna quindi a marcare l’impatto del Rabadan di Bellinzona?
"Il 21 febbraio, era il venerdì di carnevale, ho letto che all’ospedale di Codogno, in Lombardia, era stato diagnosticato il primo caso. Un quarantenne intubato da più di una settimana per una polmonite atipica".
Cosa ha pensato, cosa ha dedotto?
"Mi era bastata questa notizia per farmi fortemente dubitare della partenza, l’indomani, per la settimana bianca di carnevale. Non solo il coronavirus era arrivato nel nord Italia, ma si era ‘insediato’ nel modo più subdolo almeno in una struttura sanitaria".
Quel giorno, il 21 febbraio, il numero dei casi, come lei ricorda, aumentava rapidamente fino a portare alla chiusura dell’ospedale di Codogno. Quale è stato l’impatto di quella notizia? Quale è stato in lei e nelle autorità in Ticino, in Svizzera?
"Sono crollate di colpo altre granitiche certezze. Sebbene non fossero mancate, quel giorno e in quelli successivi, alcune rassicurazioni".
Veniamo alla politica, all’autorità politica…
"Da una parte la politica del ‘diagnostica e isola’ si era dimostrata un fallimento totale. Dall’altra, il quarantenne sportivo intubato in Lombardia da più di una settimana aveva dimostrato che il coronavirus che avevamo snobbato era ben più grave di una normale influenza".
La quarantena dell’ospedale di Codogno e la quarantena dello sportivo, addirittura intubato, addirittura solo quarantenne. Fatti importanti per chi dal Ticino guardava cosa stava accadendo.
"Malgrado i due segnali più che evidenti, continuava l’assordante silenzio delle autorità competenti".
A quali autorità si riferisce, così, tanto per capire con precisione?
"Svizzere e ticinesi. Il silenzio era interrotto, nella migliore delle ipotesi, da rassicurazioni a proposito della sicurezza delle manifestazioni in corso".
E in quei giorni le manifestazioni altro non erano che il Rabadan iniziato per le strade il 21 febbraio, proseguito il 23 con il corteo a Bellinzona, il 24 con gli appuntamenti per i bambini e, a Lugano, con la risottata in piazza.
"Sì. Erano i tempi in cui si parlava delle probabilità di incontrare le miss al carnevale…".
Era più probabile, disse il medico cantonale alla radio, incontrare miss mondo che il virus. Erano tempi di incertezza e confusione. Cosa accadde poi? Ripercorra nel suo critico diario quei giorni in cui il virus iniziò a circolare.
"La cellula di crisi della clinica venne costituita già nel fine settimana e il lunedì 24 venne diagnosticato da noi il primo caso in Svizzera. Eravamo più o meno pronti".
Ma ci si è resi conto finalmente della gravità della situazione?
"Pur con l’esempio di cosa stava succedendo in Italia, la maggior parte delle persone in Svizzera, compresi i tanti professionisti del settore della salute, non si rendevano ancora conto di cosa ci attendeva".
Siamo quindi a cavallo tra le fine di febbraio e l’inizio di marzo…
"Sì, per l’esattezza il 1 marzo in clinica arriva la diagnosi anche del secondo caso in Svizzera. Un anziano di 82 anni che aveva avuto pochi contatti con il ‘mondo esterno’".
A questo punto impossibile non comprendere che il Ticino ormai era, come dire?, al centro di una situazione grave.
"Sì. Questo secondo paziente non aveva sicuramente avuto nessun contatto con il primo. Difficile quindi non capire che il virus era già abbastanza ben presente nella nostra regione se è vero come è vero che era riuscito a colpire una persona sedentaria che viveva prevalentemente in casa".
Il ritardo della reazione politico-sanitaria era già iniziato.
"La scarsità di materiale diagnostico, la difficoltà di far giungere il tampone a Ginevra (ndr. per alcune settimane le analisti dei test venivano effettuate solo a Ginevra) e la difficoltà di reagire secondo i tempi del virus e non del nostro apparato amministrativo… probabilmente sono le cause di questo ritardo".
All’inizio di marzo, il 5, il governo ticinese ha deciso di creare una struttura ospedaliera per pazienti covid. L’ospedale Italiano a Lugano.
"L’intuizione era ottima. Concentrando i casi in una struttura unica si può contenere il rischio di contagio di altri pazienti. Ma non solo. Concentrando tutti i pazienti si possono far progredire le conoscenze del personale curante".
In questo caso dunque, cioè per la popolazione contagiata e ammalata, la scelta delle autorità fu azzeccata…
"Peccato però che questa stessa decisione non sia stata adottata anche in altri settore, come quello delle case per anziani".
All’interno dei gruppi di lavoro, in quella prima metà di marzo, lei propose di destinare due o tre case anziani interamente a quegli ospiti infettati dal virus.
"Sì, ma si disse che l’operazione non era semplice".
Una struttura ospedaliera "dedicata" era comunque stata creata, l’ospedale Italiano, appunto.
"Purtroppo anche in questa decisione si nascondeva un errore non di poco conto".
E cioè?
"I dati provenienti dalla Cina dimostravano che anche con un’incidenza molto bassa della malattia il fabbisogno di letti ospedalieri e soprattutto di posti letto in terapia intensiva era molto superiore a quello che il nostro sistema sanitario aveva riservato per l’emergenza".
Quanti?
"I tre posti letto per pazienti ventilati all’ospedale Italiano non sarebbero stati sufficienti a gestire nemmeno i primi giorni dell’epidemia. A confermarlo erano anche i dati che arrivavano dalla Lombardia".
Sul fronte delle decisioni, quindi, cosa accadde?
"Purtroppo ancora una volta l’Ufficio federale della sanità pubblica e quello del medico cantonale non ci stavano aiutando".
Ovvero cosa accadde o non accadde?
"Non avevano ancora prodotto alcuno scenario di quello che ci saremmo potuti aspettare in termini di contagi e di letti in cure intense occupati. Nella notte tra il 6 e il 7 marzo con i colleghi dell’Ente ospedaliero cantonale abbiamo disegnato degli scenari per il Ticino".
Quindi cosa è stato fatto?
"Partendo dalla curva che descrive l’evoluzione dell’influenza stagionale - un’epidemia causata da un virus simile - avevo provato a capire cosa ci avrebbe potuto attendere nel prossimo futuro".
Quale era lo scenario?
"Sono gli scenari che voi del Caffè aveva pubblicato in anteprima. Rapidamente si arrivava a migliaia di letti occupati e a centinaia di letti di cure intensive. Impensabile anche per l’efficiente Svizzera".
Qual era l’ipotesi più realistica?
"La condivisione dei dati con il professor Ferrari (responsabile dell’area medica dell’Ente ospedaliero) ci aveva portato a concentrarci su uno scenario che era di per sé già abbastanza difficile da sostenere. Una diffusione del virus in circa 2.500-3.000 ticinesi".
È il dato che si sta raggiungendo in queste ore.
"Era lo scenario più probabile con una durata di circa otto settimane. Richiedeva una disponibilità di circa 400 letti nel settore acuto e poco meno di un centinaio in terapia intensiva".
È a questo punto che Ente e Moncucco hanno chiesto e ottenuto che sia La Carità di Locarno sia la clinica Luganese fossero messe totalmente a disposizione dei malati covid.
"Sì una collaborazione tra pubblico e privato che non era mai stata così forte e che ha dimostrato come nella necessità siano tutti pronti a collaborare senza difficoltà di sorta".
In quei giorni di inizio marzo risulta, ma non è mai stato ufficializzato, che Ente e Moncucco abbiano chiesto l’introduzione di misure urgenti di contenimento della diffusione del virus.
"È vero. Purtroppo però la richiesta si limitare la diffusione era stata considerata solo in modo piuttosto marginale. E per questo abbiamo dovuto chiedere, Moncucco e Ente, un intervento urgente qualche giorno dopo".
Dunque la reazione delle autorità locali era, come dire?, lenta.
"Malgrado la grande disponibilità e la sensibilità del governo ticinese, la pressione di Berna, ancora lungi dal confrontarsi con il virus, era tale da rendere quasi impossibile una reazione tutta locale".
Cosa avvenne quindi?
"L’appello rivolto alle autorità cantonali apparso per una fuga di notizie sul Caffè online, e a seguire su altri portali web, ci hanno dato una mano a far applicare quanto richiesto. Una drastica chiusura della società".
Il "diario" della crisi è fatto di altri appunti. Di altre considerazioni. E ci sarà certo il tempo in questi giorni per riavvolgere il film delle prime settimane di emergenza. Per rivedere passo passo quanto accaduto e quanto non si è fatto, il tutto con un unico intento: imparare dal passato per evitare di ripetere gli stessi errori, perché sbagliare è umano, non imparare dagli errori commessi è segno di stupidità.
r.c.
19.04.2020


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