Al Salone del gusto si discute di ciò che si mette nel piatto
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La rivoluzione parte
dal carrello della spesa
ELISABETTA MORO


Settembre mese di degustazioni. Mentre a Lugano in tre diverse location  si tiene Città del Gusto (sino al 23 settembre), un grande food festival per degustare, divertirsi e imparare mangiando, a Torino tra 4 giorni torna il Salone del Gusto-Terra Madre. Appuntamento biennale di Slow Food, dal 20 al 24 settembre, che richiama un esercito pacifico di artigiani del cibo, agricoltori di piccola scala, conservatori di tradizioni. Assieme a filosofi, sociologi, antropologi, agronomi, ambientalisti, nutrizionisti. Uomini e donne di buona volontà convinti che le scelte alimentari di ciascuno incidano in maniera rilevante sia sul benessere individuale sia su quello collettivo. Ad ogni boccone contribuiamo a (s)bilanciare la salute del pianeta. E proprio per questo il tema di questa edizione è l’hashtag #foodforchange, cibo per cambiare il mondo.
Nella storica sede del Lingotto, ma anche in molti luoghi del centro storico, si discuterà di ciò che mettiamo nel piatto e di come farlo, coniugando tipicità e sostenibilità, bontà ed equità, quantità e qualità. Produzione industriale e artigianato locale. Un tema cruciale è quello di creare un’alleanza tra i piccoli produttori e la grande distribuzione, fino ad ora schierati sulle due rive opposte del fiume. Ma un ponte è possibile, come racconteranno gli esperti, tra questi Alexandre Fricker, consigliere internazionale di Slow Food e direttore generale della Chiocciola Slow Food in Svizzera.
Fino ad ora è stato soprattutto il mercato a scegliere per noi, orientandoci, seducendoci, a volte infinocchiandoci, ma sono ogni giorno di più coloro che vogliono contribuire a cambiare le regole di un gioco sempre meno trasparente. Che riduce il cibo a merce e null’altro. Ma ormai è diventato chiaro anche al grande pubblico che noi consumatori possiamo molto. Siamo quel che viene chiamata dagli economisti la domanda. Che non è una cosa astratta, ma la sommatoria dei nostri comportamenti concreti.
Proprio per questo vale la pena di approfondire, assaggiare, comparare, riflettere. Rivalutare il valore del fare e non solo del produrre. Con troppa faciloneria abbiamo, chi più e chi meno, sottovalutato il valore incommensurabile dell’arte di produrre il cibo. Di quei gesti apparentemente insignificanti, trasmessi di generazione in generazione, che nascondono grandi saperi. Perché in ogni cuoca, in ogni artigiano, c’è una scienza incarnata.
Dante Alighieri diceva che l’arte e l’artigianato sono fratelli ed entrambi creano prodotti culturali. Capolavori del genio umano. E negli stand di questa kermesse gastronomica unica al mondo ce ne sono moltissimi. Dall’Emmentaler fatto a mano sulle vette elvetiche al tè d’oro preparato con lo zafferano Taliouine marocchino, dal pollo Bigawi egiziano allo speck altoatesino, dall’olio extra vergine d’oliva, ricco di antiossidanti che pizzica la gola, alla burrata, dal whisky torbato al cioccolato affumicato.
Se è vero che il cibo cambia noi, anche noi possiamo cambiare il cibo. È la sfida proposta dal movimento fondato da Carlo Petrini, una rivoluzione pacifica che parte dal nostro carrello della spesa. Senza inutili allarmismi e catastrofismi. Una svolta epocale che non nasce dalla paura, ma dalla cultura. Non dalle fobie alimentari, ma dalla consapevolezza che un altro food è possibile. Basta volerlo.
16.09.2018


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