Il tecnico radiologo del Civico sullo scandalo epatite C
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"No, non sono stato io
a contagiare i pazienti"
R.C.


No, non ricordo se sia stato io ad occuparmi di quel paziente". Aveva detto di non ricordare, di non ricordare cosa avvenne davvero quella mattina del 19 dicembre 2013. Lo aveva detto il tecnico di radiologia davanti al magistrato, l’allora procuratore generale John Noseda, che lo interrogava. Era l’ottobre del 2014. Eppure al processo-bis, che si è chiuso nei giorni scorsi davanti al giudice della Pretura penale Siro Quadri (si attende solo la sentenza), si è saputo che proprio uno degli anziani infettati (oggi guariti) che avevano contratto l’epatite C facendo scattare l’inchiesta, ha avuto un guizzo di memoria e ha detto di ricordare il tecnico che aveva eseguito quell’analisi. Tutto era partito da una sacca multiuso di soluzione fisiologica, che serve a "liberare" la via venosa per introdurre, in vena appunto, il liquido di contrasto prima di una Tac. I tre pazienti che seguirono il primo (quello affetto a sua insaputa da epatite C) contrassero il virus a causa appunto di quella sacca multiuso infettata.
Chi fece quell’operazione? Al di là di ogni ragionevole dubbio, così è stato stabilito, non si è mai saputo, tanto che per il tecnico era stato firmato un decreto d’abbandono. Ed ecco perché sul banco degli imputati è finito l’Ente ospedaliero cantonale. Ora è emerso che un anziano paziente si è ricordato particolari di quella mattina e in aula, messo poi a verbale, ha assicurato che fu proprio quel tecnico ad iniettargli il liquido di contrasto prima dell’esame della Tac. In sostanza, ad un primo tentativo andato a vuoto, ne è seguito un secondo prelevando la soluzione fisiologica senza cambiare la siringa.  
Stando alla ricostruzione del medico cantonale, il paziente numero zero, già portatore del virus, è sottoposto alla Tac alle 9.25. Poco dopo arriveranno, sempre nello stesso reparto, gli altri tre degenti. Tutti saranno contagiati. Ma il tecnico durante l’inchiesta aveva spiegato che a fare la Tac non era stato lui. "Potrebbe essere stato qualcun altro - aveva detto -  magari del reparto di radiologia o della diagnostica, chiunque fosse di turno". Del resto, aveva aggiunto, può capitare di chiedere l’intervento di un altro collega. "Capita se io sto compiendo un altro lavoro - aveva precisato - o se vengo chiamato dal medico per una qualsiasi ragione e non posso pertanto occuparmi della preparazione dei pazienti sottoposti alla Tac".
In realtà, aveva sottolineato il tecnico, può capitare anche l’inverso. "Che noi dobbiamo aiutare loro". Il procuratore generale (in aula l’accusa è stata sostenuta dal procuratore Moreno Capella) aveva chiesto allora se quel giorno fosse stato chiamato in un altro reparto per un’altra incombenza. "Purtroppo - aveva risposto il tecnico - non mi ricordo, dato il tempo trascorso e il numero di pazienti che devo trattare ogni giorno".
Il mezzo di contrasto da iniettare si preleva da una sacca e si usa una decina di volte. Per ogni degente si deve adoperare una siringa nuova e sterile. La sacca però è la stessa. Il rischio di aspirare due volte con la stessa siringa quindi, in teoria non esiste. Oppure sì?, aveva chiesto Noseda. Il contagio potrebbe essere partito da lì. Il tecnico aveva ribattuto che non è possibile. Neanche nel caso del paziente zero che parla di due tentativi, prima nel braccio sinistro, poi in quello destro. "Dopo aver inserito l’ago nel braccio - aveva detto il tecnico - si vede a occhio nudo se la vena è stata trovata, poiché il sangue confluisce nella cavità all’estremità dello strumento: se ciò non avviene, perché non ho trovato la vena, non ho neppure motivo di iniettare il contenuto della siringa".
14.07.2019


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