L'accusa di una perizia per il caso del giovane morto
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"Servizi di psichiatria
inadatti e insufficienti"
PATRIZIA GUENZI


Pesano come un macigno sulla Clinica psichiatrica cantonale le considerazioni del perito d’accusa sulle quali probabilmente si concentrerà la sentenza del giudice Siro Quadri, attesa in questi giorni. Parole pesanti per individuare e motivare le responsabilità per la morte di un ventottenne. Era maggio del 2014 e sul banco degli imputati, a fine agosto, c’erano quattro medici per i quali la difesa ha chiesto l’assoluzione.
La perizia è inclemente sulle responsabilità dell’organizzazione sociopsichiatrica e sulle reali capacità terapeutiche della clinica di Mendrisio. Tredici pagine e, nell’ultimo paragrafo, poche righe riassuntive di un’articolata analisi, dove si legge: "Per valutare le responsabilità dei medici deve essere considerata la disponibilità dei mezzi necessari. Se una clinica psichiatrica è obbligata a ricoverare pazienti con patologie di severità estrema, deve avere anche le finanze necessarie per rendere disponibile l’infrastruttura, l’attrezzatura e il personale per gestirli secondo le regole dell’arte medica. Infine, deve esserci la disponibilità di un reparto di medicina intensiva per trasferimenti d’urgenza".
Non lasciano spazio a giustificazioni le conclusioni della perizia. E le valutazioni sull’efficienza dell’organizzazione e delle strutture disponibili sembrano mettere in un angolo, per quanto anch’esse importantissime, le considerazioni sui dosaggi alterati di farmaci rilevati nel corpo del paziente 28enne stroncato da un mix di psicofarmaci.
Lo stato psicopatologico del paziente durante l’ultimo ricovero nella clinica psichiatrica cantonale (in totale si erano registrati una quarantina di ricoveri) era eccezionalmente grave e pericoloso. Eccezionalmente, scrive proprio così il perito. La somministrazione dei farmaci in dosaggi eccessivi, eccessivi sottolinea la perizia, "è l’espressione di una perplessità terapeutica di fronte all’aggressività refrattaria alla cura e al pericolo elevato per gli operatori e gli altri pazienti". Un quesito, l’ultima delle domande poste dall’accusa e a cui la perizia ha risposto, elenca una serie di misure diagnostiche, terapeutiche e di sorveglianza, "che avrebbero permesso di meglio valutare la situazione e di ridurre il rischio di decesso per le cause in questione". Fatto è, afferma il perito, che queste misure "richiedono la disponibilità di personale di guardia, di attrezzature idonee, come un elettrocardiogramma mobile ed un monitor, la disponibilità di analisi di laboratorio in tempi utili, in particolare delle concentrazioni plasmatiche dei farmaci". Sebbene, aggiunge il perito quasi a voler smussare le critiche, "va anche considerata la mancanza di collaborazione del paziente che può rendere difficile o impossibile l’esecuzione di misure diagnostiche e preventive".
È indubbio comunque, sempre stando alle tredici pagine della perizia, che l’adozione di alcune misure avrebbe permesso di ridurre il rischio di decesso. Il perito elenca alcuni controlli di laboratorio, la necessità di verifiche regolari e frequenti della pressione arteriosa e della saturazione ossigena; esami elettrocardiografici; la semplificazione della terapia farmacologica cercando di utilizzare solo un farmaco per ogni categoria; la riduzione della terapia farmacologica all’evidenza di una sedazione eccessiva; la somministrazione di ossigeno e, cosa importante sulla quale nel corso del processo dello scorso fine agosto ci si è soffermati, "la presenza continua di un operatore durante l’immobilizzazione o il monitoraggio strumentale delle funzioni vitali con un sistema di allarme automatico".
E allora…, secondo la perizia "l’unica alternativa al ricovero nella clinica psichiatrica cantonale sarebbe stato un trasferimento in un reparto sicuro di psichiatria forense. Non mi risulta però che in Ticino sia disponibile una tale struttura per casi di emergenza. Nei rari casi di insufficiente risposta alla terapia con dosaggi alti, ma tollerabili, di psicofarmaci, esiste la possibilità di un trasferimento in un reparto di medicina intensiva e trattamento con narcotici".
La perizia è una sorta di atto d’accusa, seppur ragionato dal punto di vista medico-farmacologico, verso le strutture esistenti e non esistenti e l’organizzazione che ne determina il funzionamento. È vero, come un avvocato di difesa ha avuto modo di dire, che laddove e quando c’è un morto non necessariamente dev’esserci un colpevole ma è altrettanto certo, secondo la perizia, che struttura e organizzazione esistenti, cioè la rete che ha accolto e trattato il difficilissimo caso in questione, sono state e sono più che carenti.
pguenzi@caffe.ch
08.09.2019


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