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L'attualità ripropone il tema della riabilitazione
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'Gli ex carcerati violenti
sono da controllare"
MAURO SPIGNESI E ANDREA STERN


Il 25 aprile 2020 l’omicida Sébastien Schneider sarà un uomo libero. Sarà libero di andare dove vuole. Libero di ubriacarsi fino allo stordimento. Sarà libero, insomma. "Se una persona viene condannata a undici anni - spiega Maurizio Albisetti Bernasconi, presidente dell’Ufficio del giudice dei provvedimenti coercitivi -, resta in carcere al massimo undici anni. Non un giorno di più".
Poco importa se in occasione del suo ultimo congedo Schneider abbia tradito la fiducia rientrando in ritardo. Poco importa se le autorità ticinesi siano state costrette - viste le parole usate nei loro confronti - a mettere sotto scorta l’ex giudice Claudio Zali e l’ex procuratrice pubblica Rosa Item. "In teoria esiste la possibilità - riprende Albisetti Bernasconi - di internare le persone che si sono macchiate di crimini particolarmente violenti e che non hanno mostrato miglioramenti durante il periodo di detenzione. Ma bisogna presentare un’istanza di revisione, è una strada lunga e complessa. In pratica ciò avviene solo in rarissimi casi". Molto difficilmente lo sarà per Schneider. L’internamento avrebbe dovuto essere chiesto già durante il processo. E quindi il 25 aprile 2020, esattamente undici anni dopo aver ucciso un giovane a Chiasso, il vodese potrà tornare a fare ciò che vuole.
"In uno stato di diritto - spiega Gina La Mantia, presidente della Commissione di sorveglianza sulle condizioni di detenzione del Gran Consiglio - chi ha pagato il suo debito con la giustizia è giusto che possa tornare da uomo libero nella società. Detto questo, dopo l’episodio che ha visto protagonisti Zali e Item, andrebbe posto il problema della pericolosità di un individuo. Perché un fatto sono i principi un altro i casi specifici. Penso che con i detenuti definiti pericolosi sia necessario prendere tutte le precauzioni al termine della pena". La storia insegna. In particolare nella Svizzera francese, dove più volte in passato dei criminali sono riusciti a colpire durante un congedo o appena usciti dalla cella. In Ticino invece il sistema funziona bene. "Dopo alcuni terribili episodi di cronaca - osserva Stefano Laffranchini, direttore delle strutture carcerarie cantonali - anche in Romandia si sono strette le viti. Però anche lì tutti i detenuti, prima o poi, possono uscire dal carcere". I congedi sono pensati per aiutare il detenuto a riabituarsi alla libertà.
"Le legge prevede che già dopo un terzo della pena si possano richiedere dei congedi - spiega Laffranchini - . A metà, si può domandare il trasferimento in un carcere aperto come lo Stampino, e ai due terzi della pena si può chiedere la libertà condizionata. In ogni caso è sempre il giudice dei provvedimenti coercitivi a doversi esprimere sulle richieste". Giudice che in Ticino parrebbe essere storicamente di manica meno larga rispetto ad altri colleghi svizzeri. "Dalla mia esperienza - aggiunge Laffranchini - direi che in Ticino si è estremamente attenti nel concedere congedi".
Resta il fatto che se Sébastien Schneider ha potuto uscire per qualche ora dal carcere significa che un giudice l’ha ritenuto pronto per un graduale ritorno alla libertà. Ci si può però chiedere se da quel giorno l’ex giudice Zali e l’ex procuratrice Item dovranno tornare a essere messi sotto scorta. Nessuno si sbilancia. Laffranchini evidenzia però che da qualche anno la polizia cantonale dispone di un gruppo specializzato nella gestione delle persone pericolose. Un gruppo che opera principalmente dietro le quinte, monitorando i soggetti considerati a rischio. Per ragioni "strategiche e operative", la polizia cantonale non vuole dire di più. Ma forse sarà questo gruppo, lo stesso che ha permesso di fermare l’aspirante stragista della scuola di commercio di Bellinzona, a vegliare sulla sicurezza degli uomini di legge.
13.10.2019


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