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Ogni due settimane in 200mila tentano di togliersi la vita
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Tentativi di suicidio,
i dati sono allarmanti
PATRIZIA GUENZI


Potrebbe essere l’inquilino della porta accanto, la cassiera del supermercato, il docente di nostro figlio, il collega di lavoro, quel signore che ogni mattina è lì alla fermata del bus... Difficile saperlo. Fatto è che tra noi vivono oltre  mezzo milione di persone che nelle ultime due settimane hanno avuto pensieri suicidari. Hanno pensato, in sostanza, di farla finita. Oltre 200mila, almeno una volta nella vita quel pensiero l’hanno concretamente messo in pratica, 33mila negli ultimi dodici mesi. È l’inquietante fotografia scattata nel 2017 dall’inchiesta dell’Obsan, l’Osservatorio svizzero della salute, su mandato dell’Ufficio federale della salute pubblica. Rispetto all’ultima inchiesta, 2012, sono aumentate le persone che hanno avuto questo tipo di pensieri, dal 6,4% al 7,8%. Una fotografia, tuttavia, non completa. Non è stata infatti presa in considerazione una fetta di popolazione altamente a rischio: i detenuti, gli ospiti delle cliniche psichiatriche e le persone in attesa di un permesso d’asilo.
Per la prima volta lo studio - realizzato su una popolazione residente over 15 anni - entra più nei dettagli rispetto al passato, il che permette di avere una base supplementare per il piano d’azione sulla prevenzione del suicidio adottato nel 2016 dalla Confederazione, dai cantoni e dalla fondazione Promozione salute svizzera. Per capire, ad esempio, perché rispetto a cinque anni fa c’è stato un aumento più marcato negli uomini ( 29%) rispetto alle donne ( 14%). O perché chi ha un diploma di studio superiore è meno "toccato" dal fenomeno.
Se i risultati dell’inchiesta dell’Obsan non possono evidenziare la complessità delle singole situazioni di malessere, forniscono però informazioni utili sulle pressioni bio-psico-sociali delle persone colpite, come malattia, solitudine, mancanza di risorse personali o disoccupazione. Fattori che possono essere la causa o la conseguenza delle tendenze suicidarie. Nel corso dell’indagine è emerso chiaramente come più a rischio siano soprattutto le persone affette da una malattia psichica, a cui contribuiscono numerosi altri fattori, biologici, personali, sociali o ambientali.
A livello geografico non sono state evidenziate particolari differenze tra le regioni. Se non che nella Svizzera centrale le persone hanno un po’ meno pensieri suicidari rispetto alla Svizzera del nord-ovest e alla regione del Lemano. Tuttavia, i dati non permettono di fare un raffronto affidabile tra i cantoni. Nessuna differenza è comunque stata segnalata tra le tre regioni linguistiche.
Emerge però un aspetto interessante: gli abitanti delle città hanno più sovente pensieri suicidari. Variano a dipendenza del livello di studi: sono maggiori in chi ha solo la scuola dell’obbligo, seguiti da chi ha un diploma secondario e da chi ha una formazione di grado terziario. Anche le persone con origini straniere sono più a rischio. Così come i disoccupati, chi vive solo e le famiglie monoparentali.
Infine, il consumo di alcol non ha alcuna rilevanza. Mentre aumenta il pensiero di farla finita tra i fumatori e tra chi ha fatto uso di droghe pesanti nel corso dell’ultimo anno.
p.g.
13.10.2019


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