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Donna accusata di tentata mutilazione di organi genitali
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Caso di infibulazione,
una madre a processo
ANDREA STERN


Tra le imputazioni spicca la tentata mutilazione di organi genitali femminili. Lei, una cittadina straniera, è accusata di aver cercato di effettuare l’atroce rituale sulla figlia, nel 2017, a Bellinzona. L’operazione non è andata a buon fine. A fine ottobre davanti alla corte delle Assise correzionali dovrà tuttavia rispondere di lesioni, vie di fatto e violazione del dovere d’assistenza. Oltre, naturalmente, che della tentata mutilazione.
Per la giustizia ticinese è una prima. L’articolo che vieta le mutilazioni genitali femminili è stato inserito nel Codice penale il 1° luglio 2012. Ma finora non era mai emerso alcun caso. "Non è una pratica che viene denunciata a cuor leggero - spiega Monica Marcionetti, responsabile dell’antenna Mayday -. Parecchie donne pensano che sia normale, poiché nelle loro famiglie si è sempre fatto così. Fino agli Anni 80 non era considerata una mutilazione, bensì un semplice atto rituale che segnava il passaggio all’età adulta".
Una tradizione perpetuata soprattutto in Africa, con modalità diverse da Paese a Paese. C’è chi si limita all’incisione della punta del clitoride per permettere la fuoriuscita di sette gocce simboliche di sangue, c’è chi asporta il clitoride e le piccole labbra, e c’è chi arriva a sfigurare irrimediabilmente i genitali femminili, annullando quasi completamente le future pulsioni sessuali della giovane.
"Queste sono violenze sessuali - sostiene Marcionetti – che provocano gravi danni a livello fisico ma anche psicologico. Noi puntiamo sulla sensibilizzazione delle donne migranti perché è solo con l’informazione che si potrà sconfiggere il fenomeno. Le donne devono sapere che no, non è assolutamente normale farsi mutilare gli organi genitali".
In Svizzera si stima che le vittime di questa barbara pratica siano circa 15mila, una cifra fortemente cresciuta negli ultimi anni, di pari passo con l’immigrazione da Eritrea, Etiopia, Somalia, Sudan ed Egitto. Di recente sono stati creati anche diversi centri di consulenza specifici, tutti a Nord delle Alpi, mentre in Ticino il punto di riferimento è l’antenna Mayday. Gli strumenti per contrastare il fenomeno ci sono, dunque. Ma alla fine sono rari i casi che finiscono davanti alla giustizia.
La prima e finora unica condanna risale all’anno scorso. A una donna somala residente nel canton Neuchâtel sono stati inflitti 8 mesi di carcere con la condizionale per aver fatto mutilare le sue due figlie. Non in Svizzera bensì in Somalia. Ma la corte ha ritenuto che l’articolo di legge debba applicarsi a tutte le persone residenti in Svizzera, indipendentemente dal luogo del reato. E il Tribunale federale, dopo un ricorso, ha confermato l’interpretazione della corte.
Durante il processo l’avvocato difensore ha sottolineato che l’imputata non sarebbe mai stata condannata se non fosse venuta in Svizzera. Il legale ha inoltre spiegato che in Somalia il 98 per cento delle donne sono mutilate e coloro che non hanno subito questo genere di operazione sono considerate come delle prostitute che non potranno mai sposarsi.
a.s.
13.10.2019


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