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Tra fatica e voglia di riposo si vogliono concrete soluzioni
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Vado in pensione a...
le richieste degli over
ANDREA BERTAGNI


Tutti concordano almeno su un punto. Il sistema previdenziale è come come una coperta corta. Va cambiato. Per coprire i buchi miliardari e garantire una pensione a tutti. Soprattutto ai giovani di domani. Il governo e il ministro dell’interno Alain Berset puntano ad aumentare a 65 anni l’età pensionabile delle donne, dando nel contempo una rendita-ponte ai disoccupati over 50/60enni. Per l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) e per i giovani liberali radicali non basta: bisogna portare a 67 anni la previdenza degli uomini. Le associazioni della terza chiedono più flessibilità. Perché non tutti i lavori sono uguali. Ma strizzano l’occhio all’aiuto statale per i senza lavoro  avanti con gli anni. E gli anziani di oggi? Per loro i politici non sono capaci di trovare le giuste soluzioni: bisogna gestire meglio i soldi e lasciare libertà di scelta ai lavoratori. Chi ha passato tutta la vita in ufficio, sostengono, non è stanco come chi è stato tutti i giorni sui cantieri. Chi si occupa di economia pensa invece che per risanare la previdenza occorra aumentare ancora l’Iva.

Adriano Salm, 71 anni e cappello in testa, ha due occhi azzurri sinceri, quando dice che è meglio non cambiare niente. "I soldi ci sono, ma i politici non sono capaci di trovare soluzioni. Il problema è che badano troppo al proprio "cadreghino"". Per chi in pensione c’è già, il sistema previdenziale va insomma bene così. Almeno per Salm, anziano di Lugano in giubotto smanicato e pantaloni di velluto. "Ritardare fino a 67 anni? Ma stiamo scherzando? 67 anni sono davvero troppi". Così, mentre le casse dell’Avs continuano a svuotarsi e le soluzioni all’orizzonte appaiono miraggi, c’è chi non condivide tanta urgenza di intervenire. Anche se il governo intende posticipare la previdenza alle donne a 65 anni. E l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) propone di aggiungere due anni all’età pensionabile degli uomini.
Hans Pluger, 73 anni, occhiali e mani incrociate dietro la schiena, condivide in parte tutte queste preoccupazioni. "Ci deve essere la libertà di smettere quando si vuole - spiega - anche perché non tutti i lavori sono uguali, c’è differenza tra chi ha passato tutta la vita dietro una scrivania e chi non è mai uscito da un cantiere". A Pluger non piace neppure la proposta di dare una mano ai 50/60enni che hanno perso un’occupazione. Proposta appena lanciata dal ministro dell’interno  Alain Berset per aiutare chi è rimasto fuori dal mercato del lavoro in età avanzata. Il motivo? "Si tratta di eccezioni, non ha senso aprire il portafoglio per poche persone che invece dovrebbero trovare da soli un modo per risolvere la propria situazione".
Maria Luisa Cattaneo ha 85 anni e cammina sul marciapiede avvolta da un cappotto viola. "La rendita ponte è giusta - annota - a quell’età il rischio di rimanere disoccupati a lungo è davvero elevato". Anche Antonietta Bottaini, 85 anni e la mani appoggiate a un deambulatore la pensa allo stesso modo. "La disoccupazione porta con sè un sacco di problemi, la crisi c’è per tutti, è giusto essere solidali con chi fa più fatica e stringere i denti assieme a chi non ce la fa". Se le gambe di Bottaini fanno fatica a camminare, non così la voce e lo sguardo. Che corrono veloci. "Capisco i ragionamenti che vorrebbero ritardare l’età pensionabile - continua - la vita si è allungata, però anche i problemi degli anziani non sono rimasti fermi. In più, i giovani covano nei confronti di noi vecchietti un risentimento che non è difficile vedere. Ma noi che colpa abbiamo?". Questa volta lo sguardo si abbassa e le mani tremano un po’ prima di continuare a passeggiare.
Raimondo Angelo, 85 anni, è appoggiato a un muretto. Anche lui ha bisogno di un sostegno per stare in piedi. "Penso che bisognerebbe andare in pensione quando si vuole - sottolinea - e trovo giusto che, se si sceglie  di ritirarsi prima del tempo, si prendano anche meno soldi. Non fosse così il sistema non starebbe in piedi, anzi andrebbe proprio a catafascio". Angelo si chiude il cappotto, prima di salire in auto. Qualcuno è venuto a prenderlo in auto. Carlo Burch, 81 anni, è invece in pantofole e maglione. È uscito un attimo da casa per prendere un po’ d’aria. Fa avanti e indietro davanti all’uscio. "Io sono andato presto in pensione, quando si lavora per 40 anni si è stufi, è giusto smettere - racconta -; 60 anni secondo me sono l’età giusta, perché dopo non si è più capaci di rendere come prima. È fisiologico". Intanto però le casse per la previdenza continuano a svuotarsi. Soprattutto per chi dovrà smettere tra qualche decennio. Ecco perché c’è anche chi pensa che sia il momento di agire. Di non rimanere più con le mani in mano. "Sì, allungare fino a 67 potrebbe essere una buona idea - precisa Alberto Cavallasca, 77 anni - ma anche 65 rimane un’ottima soluzione. Il problema è che i lavori non sono tutti uguali. In ufficio si sta meglio che sui cantieri".
Le prime temperature fredde di novembre Cavallasca le mitiga stando al sole. C’è sempre insomma una soluzione. Anche per chi non ha più un lavoro a pochi anni dalla rendita previdenziale. "Trovo veramente interessante l’idea della rendita-ponte - prosegue - non scopriamo certo oggi che rimanere a casa a 50/60 anni non aiuta certo a trovare un’altra occupazione, anzi".
A Locarno l’aria è la stessa. "Con la disoccupazione giovanile che c’è vogliono farci lavorare di più", è il commento di Mauro Vassalli, 69enne di Locarno. "È davvero esagerato - commenta Domingo Manias, 71enne che spinge un passeggino - manca lavoro, ecco qual è la vera emergenza". Pietro Riccio, 66anni, è più diretto. "Sono veramente impazziti. Almeno dovrebbero sforzarsi di dare la libertà di scelta".
abertagni@caffe.ch
10.11.2019


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