Mosca e Teheran destinati a restare focolai di guerra
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Nello scenario siriano
mani russe e iraniane
LORENZO CREMONESI


È una sorta di rigida Restaurazione garantita dalle forze militari di Russia e Iran quella che appare destinata a condizionare lo scenario siriano del 2020. Una Restaurazione col pugno di ferro, duro e inflessibile, annunciato e voluto dal regime di Bashar Assad. Una sorta di durezza dei deboli. La Nomenklatura a Damasco è infatti bel consapevole che non può affatto condurre una politica tollerante di aperture concrete alle forze dell’opposizione. Non se lo può permettere. La sua è la forza di chi non ha alternative: crudele e disperata. Se non fosse stato per l’intervento muscolare dei suoi storici alleati, il regime sarebbe infatti già caduto da un pezzo. Sin dai primi mesi del 2013, due anni dopo l’inizio delle rivolte popolari nella tarda primavera del 2011, apparve evidente che Bashar non era in grado di reggere. Il suo esercito stava sciogliendosi come neve al sole, le diserzioni di massa erano all’ordine del giorno, mentre le milizie popolari stavano sempre più armandosi. La repressione militare durissima dei primi mesi aveva contribuito a radicalizzare le opposizioni, l’ideologia jihadista era la risposta diretta alle torture nei carceri del regime, ai desaparecidos, ai bombardamenti massici contro centri urbani, ospedali e cliniche di fortuna.
Oggi a Damasco dunque si canta vittoria. Ma i sei milioni di siriani profughi all’estero, di cui almeno tre milioni in Turchia, testimoniano quanto sia vasto e profondo il dissenso nei confronti del regime. Bashar sta ora cercando di riconquistare gli ultimi bastioni della guerriglia jihadista nella regione di Idlib a ridosso del confine turco. Nel contempo le sue unità militari, coadiuvate alle forze russe, stanno consolidando il controllo sulle province curde del nord-est (la cosiddetta Rojawa). I curdi hanno già detto a chiare lettere di preferire la collaborazione politica con Damasco, anche a costo di perdere gran parte della loro autonomia, che non rischiare di essere schiacciati dall’esercito turco avanzato nelle loro terre dopo la repentina scelta di Donald Trump ai primi di ottobre di ritirare i soldati americani dal confine tra Turchia e Rojawa.
Mosca sarà così ben felice di consolidare la propria egemonia in Siria. Sin ad ora l’operazione è costata relativamente poco alle casse dello Stato russo. Ma i prezzi potrebbero lievitare enormemente in caso il Paese restasse destabilizzato. Da qui la solerzia con cui la diplomazia di Putin sollecita il proseguo del "processo di pace" siriano. Dopo aver scelto con cura chi sono le controparti con cui dialogare, Damasco offrirà "libere elezioni" come panacea di tutti i mali e punto di partenza per una "nuova Siria". Nulla garantisce ovviamente che tali elezioni siano realmente libere e democratiche. Il rischio è di tornare alla farsa del voto pilotato e i brogli degli anni d’oro del regime, quando Hafez Assad (padre di Bashar e leader fondatore della dittatura ba’athista) annunciava trionfante di aver ottenuto oltre il 95 per cento delle preferenze senza alcuna possibilità di controllo o verifica. Forse l’Unione Europea e qualcuno alle Nazioni Unite potrà proporre la presenza di osservatori internazionali nelle operazioni di scrutinio. Pare scontato che Damasco si opporrà. E allora ben difficilmente dalla comunità internazionale giungeranno mosse ulteriori. Il regime pare così destinato a restare saldamente in sella. Allo stesso tempo non è da escludere che da Mosca possa giungere qualche segnale di apertura verso chi propone di destituire Assad, un leader troppo coinvolto con le violenze degli anni scorsi. Una volta garantita la stabilità siriana, la seconda metà del prossimo anno potrebbe portare qualche cambiamento "pilotato dall’alto" nel tentativo di mostrare una parvenza di volontà nel voltare pagina rispetto al passato.
22.12.2019


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