Le nuove procedura dell'Accademia delle scienze
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Chi può e chi no
entrare in cure intense
PATRIZIA GUENZI


Se ne parla da alcuni giorni sottovoce. Ora le linee guida sulla scelta dei pazienti da curare nei reparti di terapia intensiva in caso di insufficienza di letti, sono arrivate. Venerdì scorso, il 20 marzo, l’Accademia svizzera delle scienze mediche e la Società svizzera di medicina intensiva (Assm/Ssmi) hanno emanato le proprie direttive. E sono procedure a livello nazionale. Quindi anche per il Ticino, oggi particolarmente toccato dalla pandemia ma che comunque sta riuscendo a far fronte alle necessità di posti in terapia intensiva con respirazione assistita. "Se le risorse a disposizione non sono sufficienti - si legge nel documento Assm/Ssmi -, occorre prendere decisioni di razionamento. In questa situazione il personale medico si trova a gestire un carico di lavoro enorme, pertanto è assolutamente fondamentale che in tutta la Svizzera vengano applicati criteri uniformi per il ricovero e la permanenza dei pazienti in terapia intensiva".
Ciò che fino a qualche settimana fa sembrava impossibile, oggi è realtà. Le direttive sottolineano l’importanza del rispetto, nelle scelte da fare in caso di assoluta emergenza, di quattro principi medico-etici. Ovvero, "beneficenza (ndr.fare il bene), non maleficenza (ndr.non nuocere), rispetto dell’autonomia e giustizia". Questi principi, si sottolinea nelle direttive, sono determinanti anche in caso di scarsità di risorse. Fatto è comunque che, come detto, in caso di un "totale sovraccarico" potrà essere necessario respingere dei pazienti. Ecco ancora la direttiva.
"Se a causa di un totale sovraccarico di un reparto specializzato si rende necessario respingere pazienti che necessitano di un trattamento di terapia intensiva, il criterio determinante a livello di triage è la ‘prognosi a breve termine’. Vengono accettati in via prioritaria i pazienti che, se trattati in terapia intensiva, hanno buone probabilità di recupero, ma la cui prognosi sarebbe sfavorevole se non ricevessero il trattamento in questione". Detto diversamente, la precedenza è data ai pazienti che possono trarre il massimo beneficio dal ricovero in cure intensive.  
Quindi, si legge nelle direttive, l’età in sé e per sé non è un criterio decisionale applicabile. Se fosse altrimenti si attribuirebbe agli anziani un valore inferiore rispetto ai giovani, il che violerebbe il principio costituzionale del divieto di discriminazione. L’età, comunque, è un criterio considerato indirettamente. Gli anziani presentano più frequentemente situazioni di comorbidità, ovvero soffrono spesso di altre patologie. Insomma, nelle persone affette da Covid-19 l’età rappresenta un fattore di rischio a livello di mortalità, "occorre quindi tenerne conto".
Le direttive elencano nel dettaglio i criteri del triage iniziale. In quella che è chiamata fase due, i medici di terapia intensiva elencano quelli che definiscono i "criteri a sfavore del ricovero". Un arresto cardiocircolatorio, una malattia oncologica metastatica, una malattia neurodegenerativa allo stadio finale, un danno neurologico centrale grave e irreversibile, una malattia cronica quale l’insufficienza cardiaca, una cirrosi o una demenza grave, una grave insufficienza circolatoria, una sopravvivenza stimata in meno di un anno. A questi si aggiungono altri criteri (il cosiddetto livello B). Solo a questo stadio si arriva all’età, superiore agli 85, o ai 75 ma con patologie pregresse gravi quali cirrosi, insufficienza renale, cardiaca.
22.03.2020


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