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Nei campi dove non si trovano più rumeni e polacchi
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Disoccuppati e volontari
non bastano all'agricoltura
ANDREA STERN


Lo slancio c’è stato. "Solo sulla nostra piattaforma - afferma Sem Genini, segretario agricolo cantonale - si sono annunciate circa 190 persone pronte a dare una mano nei campi". Non solo operai, baristi o giardinieri rimasti senza lavoro a causa del Covid-19 ma anche studenti e volontari. "È un bel segnale di affetto e impegno - nota Genini - per il settore agricolo". Un settore che in questo periodo particolare ha inoltre potuto beneficiare di nuove braccia provenienti dalla disoccupazione e dalla Croce Rossa, pronte a sopperire alla mancanza dei braccianti rumeni o polacchi.
Peccato che i risultati non siano sempre stati eccelsi. A microfoni spenti non sono pochi gli agricoltori a lamentare la scarsa resa dell’improvvisata manodopera locale. C’è chi ha lavorato molto bene. Ma c’è anche chi si è arreso subito. E chi è rimasto nei campi ma controvoglia. "Era disarmante - afferma un agricoltore (che preferisce restare anonimo) - vedere la lentezza e la pigrizia di certi disoccupati. Quelli che si davano da fare erano davvero pochi". Un collega sostiene che "tre disoccupati non valgono un bracciante polacco". Un altro agricoltore si limita a parlare di "esperienza disastrosa".
Marco Bassi, titolare dell’orticola Bassi di Sant’Antonino, si esprime con più diplomazia. "Abbiamo impiegato diversi disoccupati - spiega - e alcuni volontari, la maggior parte dei quali sono nel frattempo tornati alle loro rispettive occupazioni. È stato un aiuto apprezzato e siamo riconoscenti ad ognuno di loro. Ma per mandare avanti l’azienda resta indispensabile il lavoro dei nostri dipendenti. Abbiamo bisogno di personale che sia abituato al lavoro in agricoltura".
Un lavoro tutt’altro che facile. "I campi non sono il mondo bucolico delle fiabe - osserva Sem Genini -. Il lavoro all’aperto è fantastico ma fisicamente impegnativo. Io stesso nella condizione attuale non sono sicuro di poter stare con la schiena piegata per giornate intere, con ogni tempo". Inoltre per certe mansioni è indispensabile poter contare su personale specializzato. "Sugli alpeggi - nota Giovanni Berardi, agricoltore e presidente di Agrifutura - non potremmo fare a meno del personale pastorizio proveniente dal Nord Italia. Anche con tutta la buona volontà, non ci si può improvvisare pastore".
E così parecchi agricoltori si ritrovano a ringraziare le autorità per aver favorito l’entrata in Svizzera della manodopera destinata al settore primario, nonostante le restrizioni legate al Covid-19. "Inizialmente c’è stato qualche problema - spiega Bassi -, in particolare per quanto riguardava il passaggio delle dogane. Ma le autorità hanno avuto un occhio di riguardo per il settore agricolo e così siamo riusciti comunque a far arrivare diversi nostri collaboratori che vivono all’estero".
C’è chi, senza farlo apposta, è stato previdente. "Fortunatamente i nostri operai - afferma Lucia Oberti, titolare di un’azienda agricola a Cadenazzo - sono arrivati dal Portogallo un paio di giorni prima che venissero chiuse le frontiere. Lavorano con noi ormai da parecchi anni".
C’è infine chi ha invece dovuto correre ai ripari. "Nella mia azienda - spiega Berardi - non ho avuto bisogno di assumere personale extra. Ma ho sentito che in Svizzera francese ci sono stati alcuni viticoltori che hanno addirittura organizzato un volo charter dal Portogallo. Senza i loro braccianti, non sarebbero riusciti a portare avanti i lavori in vigna".
a.s.
23.05.2020


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