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I risultati di una ricerca che ha coinvolto anche l'Usi
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La testa dei ticinesi regge,
capaci di "resistere" al virus
PATRIZIA GUENZI


Nella psicologia positiva si sottolinea il ruolo delle risorse favorevoli e delle potenzialità di ognuno di noi, la predisposizione insomma, a stare meglio. Fondamentali, dunque, concetti come speranza, ottimismo, elasticità mentale. Questo in tempi normali. Ancora di più in tempi di coronavirus per evitare depressione, ansia e stress. Chi ne è provvisto, si chiama resilienza, se la cava meglio nelle emergenze. E i ticinesi durante la pandemia - a partire dall’estate e dalla fine del primo picco epidemico - si sono dimostrati capaci di “tenere la testa”, di assorbire stress e fatica psichica.
Emerge dallo studio Corona Immunitas Ticino, ricerca che incrocia l’elemento sierologico con i dati sulla salute mentale. Spaccato cantonale - 13mila residenti di età compresa tra i 5 e i 104 anni, estratti casualmente - di Corona Immunitas. Iniziativa nazionale guidata dalla Swiss School of Public Health e supportata dall’Ufficio Federale della sanità, cantoni e aziende. Quaranta studi, oltre 30mila partecipanti, che forniscono dati epidemiologici utili a prendere decisioni politiche e di sanità pubblica.
In Ticino l’indagine sul primo gruppo di cittadini, dai 20 ai 64 anni, rappresenta la prima tappa di un lungo cammino, partito a luglio e ancora in corso; nel frattempo è stato coinvolto un secondo gruppo, ragazzi e anziani. “A tuttoggi possiamo vedere, nelle persone tra i 20 e i 64 anni, che l’impatto del Covid sui disturbi dell’umore ha dato risultati abbastanza positivi, la popolazione ha dimostrato la capacità di affrontare e assorbire lo stress”, spiega al Caffè Emiliano Albanese, professore ordinario di Salute Pubblica all’Università della Svizzera italiana, Usi, partner quest’ultima per il Ticino, assieme alla Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana (Supsi), di Corona Immunitas.
Lo studio cantonale, oltre a misurare l’entità della diffusione del Covid-19 e l’immunità nella popolazione, valuta l’impatto psicologico. I cittadini coinvolti nella ricerca si registrano e compilano anche diversi questionari, mensili e settimanali - tra cui la Dass-21 (vedi articolo a pagina 10) -, descrivendo l’andamento dei sintomi, la percezione del rischio e il rispetto delle misure di sicurezza. A quattro mesi abbondanti dall’inizio dello studio (i dati sono in continua fase di elaborazione), si possono già estrapolare alcune indicazioni su quanto il coronavirus stia più o meno influenzando la nostra testa. “Ad esempio, c’è chi ha giovato dal lockdown. Ma le tendenze sono in costante mutamento e potrebbero subire degli aumenti durante questo nuovo picco”, osserva il professor Albanese, che va più in dettaglio sulla ricerca: “In sostanza, gli elementi per ora in nostro possesso riguardano il primo gruppo testato, che da luglio in poi, ogni mese, ha risposto a una sorta di test per valutare scale di depressione, ansia, stress. Giunti al quarto mese, dunque dopo quattro questionari compilati, altri due ne seguiranno, abbiamo notato che depressione e ansia non sono particolarmente toccati”. Staremo a vedere se e come nelle prossime settimane le risposte cambieranno. La seconda ondata si prospetta psicologicamente più dura e il progetto avrà modo di concentrarsi non solo sugli adulti, ma anche su giovani e anziani.
L’insieme dei dati, nazionali e cantonali, saranno utili per fornire informazioni sul numero di quante persone dispongono di anticorpi e di che tipo, la durata dell’immunità e l’eventuale possibilità di contrarre nuovamente l’infezione nonostante gli anticorpi. Tutto questo, come detto, integrato con un’ampia inchiesta sull’impatto dell’epidemia e delle misure di sanità pubblica introdotte. Non si esclude la possibilità di ripetere il test sierologico per contribuire ad una migliore comprensione degli eventuali fattori di rischio e dei relativi meccanismi di contagio e diffusione del virus.
A Corona Immunitas hanno collaborato Confederazione, Cantoni, università e scuole universitarie professionali che hanno messo in rete le proprie competenze scientifiche, diventando un punto di contatto importante per la popolazione coinvolta. “Uno studio enorme e multimilionario, che darà importanti informazioni anche per valutare le misure di contenimento - osserva l’esperto -. Ad esempio se la popolazione, e di quale età, è in grado di reggere meglio un altro lockdown.
Corona Immunitas è articolato su diversi progetti. In Ticino, ad esempio, si affianca allo studio dell’Ufficio del medico cantonale e ai test sierologici sul personale sanitario volontario condotto in collaborazione tra ospedali, centri Covid, Istituto di ricerca in biomedicina e Humabs BioMed. Il che dimostra l’importanza di un’azione coordinata su più piani, alfine di avere il maggior numero di dati completi sull’impatto della pandemia sulla salute e come si è nel tempo modificata la percezione del rischio. “Tutto ciò consente di preparare la popolazione ad affrontare al meglio eventuali ulteriori ondate pandemiche, oltre che di modificare, se necessario, l’organizzazione sanitaria”.
Panico, agitazione, irritabilità, ansia, incapacità di provare emozioni positive... In tempi di coronavirus è fondamentale monitorare anche questo tipo di disturbi. Se ne sta occupando lo studio Corona Immunitas Ticino che ha coinvolto 13mila persone per incrociare l’elemento sierologico e i dati sulla salute mentale (vedi articolo a pagina 9). A tuttoggi non sono emersi particolari sentimenti negativi, ma va detto che sono ancora relativamente pochi gli indicatori in mano agli esperti. Col procedere della ricerca, si potrà avere un quadro più preciso su quanto, se e come il virus ha inciso sulla psiche della popolazione. Lo studio, infatti, durerà sino all’estate prossima.
I dati sopraelencati, come detto, sono emersi nell’ambito dello studio epidemiologico Corona Immunitas Ticino, che ha coinvolto un campione rappresentativo di cittadini e che si prefigge anche di valutare quanti e quali effetti ha sulla psiche una circostanza traumatica come una pandemia, la sua diffusione e lo sviluppo dell’immunità. Andando più nel dettaglio, i partecipanti sono stati sottoposti, oltre al test sierologico, anche a diversi questionari, tra questi anche la Dass-21 (depressione, ansia, stress), ventuno domande, appunto, cui rispondere ogni mese. Si va dalla difficoltà a respirare al riuscire a provare emozioni positive, dalla fatica a fare ciò che si dovrebbe fare alla tendenza a reagire in maniera eccessiva ad una particolare situazione.
Per ora, dunque, non sono emersi sostanziali effetti negativi sul benessere psicologico della popolazione. L’importanza dello studio sta soprattutto nel fatto di monitorare nel tempo le persone. Il che permette di capire se esiste una stanchezza mentale che si può considerare abbastanza normale, fisiologica dunque. In questo senso è un utile strumento per valutare eventuali azioni di contenimento al virus. Sono infatti informazioni cruciali per capire quali possono essere le misure realmente attuabili per rispondere all’epidemia. Misure, in sostanza, che la popolazione sarebbe in grado di sopportare, senza arrivare a pericolosi limiti che potrebbero incidere pesantemente sull’umore generale. Come un parziale o totale lockdown, o il divieto, per alcune fasce di cittadini, di uscire da casa.
E allora, tornando ai risultati dell’indagine, quasi il novanta per cento dei partecipanti non ha temuto di poter andare nel panico, il che significa una buona sensazione di autocontrollo. Un ottimo risultato, soprattutto tenendo conto che durante l’arco dei quattro mesi di test questa risposta non ha subìto alcun cambiamento significativo. Vedremo, come detto, i risultati dei prossimi questionari, sull’onda delle conseguenze di questa seconda ondata che sta duramente sferzando il mondo. Altro dato positivo: circa due terzi delle persone interpellate, il 65 per cento, ha detto di riuscire a provare emozioni positive. Durante l’estate questa proporzione è aumentata fino a superare il settanta per cento. E ancora, oltre la metà non ha avuto difficoltà a iniziare ciò che doveva fare, anche se il dato si sta però muovendo verso un aumento.
La maggior parte degli adulti, oltre la metà, si definisce non agitato. Circa il 40 per cento di esserlo qualche volta (in leggero aumento). Anche questo dato si è ridotto nei mesi estivi (35), quando tutti abbiamo goduto di vacanze e più libertà, nell’illusione che il peggio fosse alle nostre spalle. Mentre la percentuale di chi ha risposto spesso agitato è prima scesa da 6.5 a 6.1, per poi risalire fino a poco più dell’8 per cento in ottobre
Infine, qualche nota meno positiva. Il 50 per cento delle persone coinvolte ha ammesso di avere almeno qualche volta difficoltà a rilassarsi. Nei quattro mesi c’è però stata una lenta ma progressiva diminuzione, dal 44 al 40 per cento. Il 44 per cento dice di essersi sentito piuttosto irritabile almeno qualche volta. Il che, in tempi di emergenza, è più che comprensibile. Un dato che nel corso dei mesi scende di poco. pguenzi@caffe.ch
07.11.2020


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