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La denuncia di un'impiegata nell'Amministrazione
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"Per essere apprezzati
ci si deve sottomettere?"
PATRIZIA GUENZI


Avrebbe dovuto capirlo sin da subito che aria tirava in quell’ufficio dell’Amministrazione pubblica. Quella domanda – "hai portato il casco?" – che il capo servizio le rivolge il primo giorno di lavoro, sarebbe stata l’inizio di una sequela di comportamenti discutibili, gesti e parole inappropriate che in quell’ufficio erano la routine. "Il casco?, mi spiegò che serviva a tutte le dipendenti, ovviamente donne, che iniziavano il lavoro per proteggersi la testa mentre dovevano andare sotto la sua scrivania". Così racconta Bianca (nome di fantasia per una storiaccia vera) l’inizio della sua attività in un ambiente che al primo impatto le era sembrato "positivo e sereno, con le future colleghe tutte sorridenti". Ma quei sorrisi, Bianca ci mette poco a capirlo, "erano soltanto di facciata".
Lavora, anzi lavorava sino a qualche mese fa all’Istituto delle assicurazioni sociali (Ias). Di sè racconta di essere stata apprezzata, Poi, poi le cose si sono ingarbugliate. E ora è sospesa dal lavoro. Sulla sua testa pesa una decisione di licenziamento presa dal governo lo scorso gennaio. La sua storia, forse singolare, forse no, ma certo indicativa delle difficoltà di un mondo, quello del lavoro, dove il passo dai normali rapporti alle imposizioni che possono, magari involontariamente, essere senza riguardo per le singole personalità, il passo... dicevamo, è breve. La storia, questa storia viene ora alla luce sulle pagine del Caffè non certo per creare scandalo ma per contribuire ad affrontare con vicende, fatti ed elementi chiari un fenomeno complicato. Complesso.
La vicenda emerge oggi nella sua interezza grazie a un’interpellanza presentata in queste ore dal Movimento per il socialismo. Ancora una volta il Parlamento, la politica dovrà guardare in faccia ad un fenomeno difficile da comprendere. Complicato da affrontare. Non è la prima volta che la politica tratta di norme, regolamenti... atti a contenere, almeno a contenere, una realtà che macchia e inquina troppi ambienti di lavoro. Forse solo per ignoranza, forse solo per disattenzione. Forse... per arroganza, prepotenza, insolenza. Ignoranza nel senso più corretto del termine, è forse il sostantivo più adeguato. L’inconsapevolezza dei limiti dei propri ruoli professionali. L’inconsapevolezza delle sensibilità di chi è sottoposto alle nostre indicazioni di lavoro.
Ecco perché Bianca nella sua segnalazione, nella sua "memoria" scrive proprio così: "Dobbiamo tutti sottometterci ai nostri superiori e comportarci come loro ci impongono per essere apprezzati o comunque considerati in un ambiente lavorativo?!. Non credo che le cose dovrebbero funzionare in questo modo".  
La storia di Bianca è apparentemente lunga e contorta se la si ripercorre in ogni sua piega. Con lei il Caffè ha parlato. Con lei e con una collega oggi prepensionata. Le vicende che hanno caratterizzato i mesi di difficoltà lavorativa avrebbero potuto essere affrontate da Gruppo stop molestie creato proprio dall’Amministrazione cantonale. Non per nulla la prima delle sette domande dell’interpellanza dell’Mps chiede come mai il direttore del Dipartimento De Rosa non abbia, unitamente al governo, non abbia coinvolto il Gruppo di intervento istituito dal Consiglio di Stato per le molestie sessuali e psicologiche sul posto di lavoro?".
Ma torniamo a Bianca. Alla sua storia. A quanto raccontato da lei stessa al Caffè e dalla sua collega. A quanto si riflette nell’interpellanza. E soprattutto a quanto è scritto dettagliatamente nella "memoria" da lei consegnata a fine agosto al consigliere di Stato De Rosa. E che ora con l’interpellanza potrà essere giudicata da ogni parlamentare.
Torniamo a Bianca dunque. All’ambiente di lavoro da lei trovato e scoperto appena giunta allo Ias. "Dietro quei sorrisi - così racconta -, quel clima sereno, vigeva la legge del più forte e il sostegno a priori e costi quel che costi ai capi e al loro entourage, direttore compreso. E anche io mi sarei dovuta adattare a quel clima sessista. A quei massaggi sulle spalle, a quei riferimenti allusivi, a quel cima di omertà incredibile".
Queste cose Bianca le ha scritte al ministro De Rosa. Le ha raccontate nel lungo memoriale inviatogli.
Era entrata in quell’ufficio nel novembre 2016. Prima per uno "stage" di formazione dell’ufficio regionale di collocamento, in seguito nominata direttamente dal Consiglio di Stato. "Il lavoro mi piaceva molto, avevo tanto da imparare - racconta -. Percepivo però un clima strano in quell’ufficio, c’era molta tensione. Capitava che alcune colleghe arrivavano in ufficio già imbronciate, tristi, alle volte piangevano, nessuno parlava, non c’era nessuno scambio di opinioni e nessun confronto". Bianca capisce in fretta che per sopravvivere deve stare zitta, far finta di niente, ricorda oggi.
"Mai contraddire chi comanda, resistere a una sorta di mobbing psicologico da parte dei superiori. Non c’è solo il capo servizio volgare ma anche superiori donne che ‘abusano’ del loro potere con atteggiamenti e apprezzamenti maleducati, mobbing, favoritismi e abuso di potere". Sono queste le cose denunciate da Bianca allora e oggi parlando con il Caffè.
Dopo tre anni la situazione diventa più pesante. Bianca assiste a una serie di eventi, trasferimenti inaspettati, licenziamenti, colleghi, anche maschi, che si rivolgono ai sindacati, "anche loro stanchi di volgarità, ripicche, nonnismo. Ma non succede nulla". Quel capo servizio, racconta Bianca, sembrerebbe intoccabile. "In fondo è un tipo simpatico", le rispose un giorno un superiore. Bianca si era lamentata.
Stanca di non essere ascoltata, ricorda, nell’agosto 2020 decide di spedire una "memoria", un dossier al direttore del Dipartimento della sanità. Situazioni e fatti. Per filo e per segno ripercorre i suoi quattro anni di lavoro. Nomi e cognomi. Un grido di allarme che ogni datore di lavoro è tenuto per legge a prendere sul serio.
Il ministro della Sanità affida a una delle persone coinvolte, il direttore dell’ufficio in cui Bianca lavorava, i necessari accertamenti. Altri scritti e soprattutto audizioni. Vengono sentite le persone coinvolte, le versioni dei fatti collimano e divergono. Nella sua decisione, era il 20 gennaio scorso, il Consiglio di Stato ripercorre quanto già fatto all’interno dello Ias per comprendere la situazione di Bianca. Un incontro in giugno con un capo servizio e l’assistente del personale. Uno in luglio con un capufficio. Un altro ancora lo stesso mese con il direttore dell’Istituto. E poi ancora in agosto. In sostanza, riassume il governo, Bianca accusa alcuni dipendenti, a partire dal vertice, di "mobbing, favoritismi, abuso di potere, molestie sessuali, ricatti, minacce...". Bianca, riassume il Consiglio di Stato, è stata ascoltata in diverse occasioni da diversi livelli gerarchici. Secondo il governo non ha portato elementi oggettivi e testimonianze a supporto delle gravi accuse. In questa vicenda si intrecciano poi elementi relativi alle assenze per ragioni mediche e ai certificati prodotti.
Insomma, la fiducia è lesa. Non ci sono più i presupposti per proseguire il rapporto di lavoro, decide il governo. Bianca può sottoporre il suo caso alla Commissione conciliativa. Cosa che ha fatto. Aveva tempo quindici giorni dalla data di quella decisione del governo. Il prossimo 10 marzo l’appuntamento al Tribunale d’Appello. Fare piena luce, evitando ogni zona d’ombra, è forse impossibile. Impossibile nel caso di Bianca come in molti altri casi. Il lavoro del "Laboratorio di psicopatologia del lavoro" (di cui parliamo ampiamente a pagina 3 in questa edizione) riesce forse a "scremare" numerose situazioni di incomprensioni e dettagli. Evitare aggrovigliamenti che dopo, apparentemente con un colpo di mano, vengono risolti in modo drastico.
Bianca non dispera. E dice che oggi, in questa sua vicenda e battaglia per la sua dignità, la definisce proprio così, altre persone sono pronte a testimoniare.

pguenzi@caffe.ch
27.02.2021


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