Sono circa 200 gli edifici dismessi e in cerca di rilancio
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ANDREA BERTAGNI


Enormi e vuoti. Con un glorioso passato e un futuro ancora da scrivere. Sono gli edifici dismessi sparsi sul territorio. Che per anni sono stati il motore di attività commerciali, industriali e turistiche, ma oggi si ritrovano senza un’anima e un senso. Poco meno di 200 stabili distribuiti su una superficie di 45mila metri quadri, secondo il Cantone, che da poco ha stanziato 10 milioni di franchi per progetti pubblici e privati di recupero che sappiano riportarli in vita.
Una strategia che però non convince Benedetto Antonini, architetto, urbanista e vicepresidente della Società ticinese per l’arte e la natura (Stan): "Con i sussidi non si va da nessuna parte, il Cantone dovrebbe invece seguire l’esempio di Ginevra, diventare proprietario di questi immobili e gestirli secondo criteri di qualità e promozione economica". Nessuno conosce con precisione dove e quali siano gli edifici dismessi accertati dal Cantone. Si sa che quelli censiti nel 2016 dall’Accademia di architettura di Mendrisio e dall’Osservatorio dello sviluppo territoriale erano 6.700. Dopodiché è risultato che i tre quarti dei circa 6.550 oggetti analizzati (oltre il 75%) sono attivi o presumibilmente attivi, mentre solo una minima parte (meno del 3%, ossia 187 oggetti) sarebbero inattivi: i restanti 1.442 edifici (22% circa) sarebbero invece destinati a uso residenziale (non industriale). "Il cantone dovrebbe fare una vera politica immobiliare - precisa Antonini - oggi le finanze lo permettono, solo così si farebbe davvero rete tra imprese virtuose lasciandosi alle spalle chi arriva in Ticino solo per sfruttare il territorio". Antonini ne è sicuro. Prendendo in mano la gestione degli stabili e dei terreni industriali non utilizzati, si potrebbero attrarre aziende realmente di valore aggiunto. Come accade nel canton Ginevra, dove lo Stato è proprietario della metà della sostanza immobiliare legata alla manifattura. "Prendiamo il centro ovale di Chiasso - riprende -, un progetto già sbagliato in partenza, che non sarà più riutilizzabile e presenta un problema di gestione evidente. Ma lo stesso discorso vale per l’area dell’ex Monteforno: se ci fosse una vera volontà di promozione industriale la zona potrebbe tornare a vivere".
In Leventina ad attendere un rilancio c’è anche l’ex sanatorio di Piotta. Comprato dall’imprenditore kazako Timor Azimov, che ha già la licenza edilizia, nonché il via libera dal Consiglio di Stato, l’edificio in stile liberty aspetta di diventare un’accademia per giovani sportivi. Cambiando valle, ci sono anche le ex terme di Acquarossa a Lottigna, il cui impianto è stato inaugurato nel 1886. Del futuro della struttura, immersa in un parco di 30mila metri quadri e rimasta attiva fino al 1971, non si sa più nulla. Neppure per la fabbrica abbandonata di via Norello a Manno, una delle più grandi del Ticino e abbandonata da 20 anni. Di proprietà della Coop probabilmente verrà abbattuta. Ma è in riva al lago di Lugano, sponda italiana, che c’è forse la costruzione vuota più grande. Si tratta del Casinò di Campione. Dopo i fasti del passato, nessuno è ancora pronto a scommettere un centesimo sull’opera progettata dall’architetto Mario Botta. Appesa per molto tempo a un filo è stata anche la sorte della caserma di Losone. Dopo i profughi sarà destinata ai giovani che frequentano il Locarno film festival. Avvolta sempre nell’incertezza è per contro Villa Magliasina, hotel abbandonato a se stesso dai primi anni 2000. Fallito il progetto di un istituto scolastico, potrebbe cambiare destinazione e ospitare attività residenziali e parzialmente commerciali.

abertagni@caffe.ch
09.06.2019


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