Le personalità che dividono e fanno discutere i partiti
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I candidati "scomodi"
da non mettere in lista
CLEMENTE MAZZETTA


Meglio avere Daniele Caverzasio, che Boris Bignasca in lista per il Consiglio di Stato. Meglio per i vertici della Lega, ovviamente. Il primo è accomodante, tranquillo. Il secondo è ingombrante anche solo per il cognome che porta. Con lui si rischia di riportare il leghismo verso l’origine barricadera, anti-istituzionale, che oggi i due ministri della Lega non possono più rappresentare. Imprevedibile: non si può mai sapere dove va a parare. Scomodo.
Dal punto di vista  dei consiglieri di Stato uscenti c’è sempre un compagno di lista preferibile ad un altro. Quello che pedala,  porta voti, ma non ruba la scena. Nei partiti il "nemico" non è l’avversario: è spesso il compagno di lista. Quello che ti può sopravanzare. O quello che, per le posizioni "non conformi",  ti può far perdere le elezioni. O chi, astuto, si fa forte della sua posizione di minoranza. Provate a chiedere a John Noseda, che si era candidato nel 1999 per il Ps con l’elezione in tasca, come ci si sente quando si è battuti da Patrizia Pesenti, allora poco più che una principiante.
Per Christian Vitta, nell’ultima elezione Alex Farinelli è stato "miglior compagno" rispetto a Michele Bertini. Il primo rassicurante, il secondo incalzante. Entrato all’ultimo momento sfiorò il colpaccio. Mentre Vitta era il candidato più preparato, Bertini era quello più forte. Poteva contare su un ampio sostegno trasversale (ebbe 3.500 preferenze solo dalla Lega). Se ne rese conto solo all’ultimo. Quando era troppo tardi. Ora la situazione si è rovesciata, Farinelli, arrivato buon ultimo nel 2015, senza sgomitare potrebbe portare il secondo seggio al Plrt. Bertini è consapevole che rischia di rimanere vicesindaco a vita, dietro a Marco Borradori (Lega). Per questo cerca di uscire dall’angolo, anche a costo di scontentare una parte del partito.
La fortuna in politica è tutto, come insegna Ignazio Cassis, che è riuscito laddove altri hanno trovato porte chiuse. A partire da Remigio Ratti, nel 1999 in corsa per il Ppd per succedere a Flavio Cotti, per finire, nel 2015, con Norman Gobbi che per "l’impresa" si iscrisse pure all’Udc. Nel Ppd è Fiorenzo Dadò, che fa discutere. "Populista", senza peli sulla lingua, per le sue esternazioni si sta ponendo in rotta di collisione con l’establishment del partito che ha una storia di paziente mediazione alle spalle. Che non ama la contrapposizione plateale con il Plrt. Con lui il Ppd potrebbe dividersi in fazioni, con Paolo Beltraminelli che rischia di essere schiacciato da una personalità sicuramente fuori dagli schemi. Imprevedibile.
Nel Ps a far storcere il naso è un indipendente: Jacques Ducry, radicale, ex magistrato. Polarizza l’attenzione per le posizioni e per il consenso trasversale che ottiene fra la gente. La sua disponibilità alla candidatura per gli Stati nel 2015 durò lo spazio di un mattino: la "nomenclatura" socialista non la prese bene. Non gli restò che ritirarsi.  
È sempre uno scontro di potere quello che si cela dietro la facciata. Come quello che tagliò fuori Franco Cavalli nel 2011 da Berna, quando il Ps disse di no alla sua doppia candidatura.  Cavalli in lista solo per gli Stati non fu eletto, e il Ps perse il seggio al Nazionale. Ora Cavalli ci riprova con il suo Forum alternativo: assemblea il prossimo 26 settembre. L’idea è quella di costituire una forza a sinistra del Ps, a cui chiedere la congiunzione tecnica per il Nazionale. Magari con lui in testa. Cerchio magico permettendo.

c.m.
16.09.2018


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