4/Parola di Ministro, l'allarme di Manuele Bertoli
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"Senza il Ps in governo
perderanno i cittadini"
LILLO ALAIMO E LIBERO D'AGOSTINO


La scuola è ormai una discussione da bar Sport in Ticino. Tutti a dare consigli su griglie orarie, lingue obbligatorie, ruolo dei docenti e degli studenti. Un cantone di pedagoghi. Bocciata la riforma "La scuola che verrà", il bersaglio grosso della didattica d’assalto resta, ovviamente, il ministro socialista Manuele Bertoli, che in molti vorrebbero scalzare dalla direzione del Decs, il dipartimento dell’Educazione. Sfrattando dopo quasi cento anni il Ps dal Consiglio di Stato. "Senza un socialista in governo a perderci saranno i cittadini", avverte Bertoli.
Nello studio del ministro a Bellinzona, accanto al pianoforte Schmidt Flohr c’è il bastone rosso che lo accompagna in una difficile campagna elettorale: "Non si tratta di salvare il mio seggio, ma il posto di tutta la sinistra in governo, perché quando la destra stravince sono legnate per i ceti meno abbienti. Lo si è visto a Lucerna dove, estromessi i socialisti, la destra ha ridotto i sussidi per i premi delle casse malati al punto che il Tribunale federale ha dovuto intervenire". Per contrastare la destra, sottolinea, non basta stare all’opposizione: "Nel nostro sistema uscire dall’esecutivo significa contare meno e incidere ancora meno sulle scelte politiche generali".
Col direttore del Decs non si parla soltanto di scuola, ma di una legislatura con bilanci risanati, pacchetti fiscali e sociali in aiuto delle imprese e delle famiglie, scandali amministrativi smorzati, ma anche di una classe politica che non fa il pieno di consensi. Persino il mondo intellettuale, tradizionalmente più a sinistra, si dice sconcertato dalla pochezza dell’azione politica in questi ultimi anni. "Una politica bloccata, con poca progettualità - ammette Bertoli -, ma l’urgenza di risanare le finanze cantonali ha monopolizzato per anni il dibattito. Inoltre, il caso Argo1 e le polemiche sui rimborsi dei consiglieri di Stato hanno messo in ombra l’azione politica vera". Il governo di cose ne ha fatte, sostiene il ministro, sebbene a volte non sia riuscito ad arrivare sino in fondo.
"La politica è la visione che si ha del futuro - dice -, se si naviga un po’ a vista è perché non ci siamo dati gli strumenti per guardare più lontano. Penso, ad esempio, alla mia proposta di far acquisire al Cantone dei terreni strategici per poi cederli alle aziende a determinate condizioni, per imprimere alla politica industriale un orientamento diverso. Perché non si può ragionare solo in termini di attrattività fiscale, sottovalutando la qualità del lavoro". Insomma, il solito refrain della sinistra sul più Stato e meno libertà per le imprese? "Questa è la classica critica di chi invoca più libertà per le aziende, ma che senza pudore pretende l’aiuto dello Stato quando le cose vanno male", ribatte il ministro.
Nonostante le critiche, nelle due ultime legislature, secondo Bertoli, si è fatto parecchio per la formazione e la cultura. "Il nostro settore universitario si è consolidato, è nata anche la nuova facoltà di scienze biomediche, un elemento chiave per il Ticino universitario e per la nostra sanità. Si è lavorato parecchio nel settore scolastico post-obbligatorio e abbiamo creato l’Istituto per la formazione continua. Ora siamo impegnati in due grandi progetti: la Città dei mestieri e l’obbligo della formazione sino a 18 anni". E qui si tocca il nervo scoperto di una formazione professionale che, a giudizio di molti, non riesce a stare al passo con un mondo del lavoro che cambia velocemente. Per il ministro l’attuale sistema di formazione duale è abbastanza flessibile e in grado, perciò, di reggere il ritmo dei cambiamenti, anche se sarebbe necessario sburocratizzarlo un po’. "Bisogna evitare che la formazione di base sia dall’inizio troppo specifica - osserva -. Una formazione più aperta offre ai giovani maggiori possibilità di cambiare se è necessario".
La disoccupazione è ai minimi storici, gli assistiti ricollocabili, in qualche modo, nel mondo del lavoro sono circa 3000, l’occupazione cresce, eppure il quadro descritto sia dalla sinistra che dalla destra è sempre catastrofico. "L’occupazione è aumentata ma è cresciuto anche il precariato - spiega Bertoli -. C’è una parte non indifferente di occupati che riceve un salario che non basta per vivere in Ticino".  Salari più bassi del 15-20% rispetto agli altri cantoni, era così trent’anni fa, è così ancora oggi, un divario che non è dunque imputabile solo alla presenza dei frontalieri: "L’abuso del frontalierato da parte di alcune imprese non aiuta a ridurre questo gap. Il confronto non va fatto tra lavoratori, frontalieri e residenti, ma tra lavoratori e datori di lavoro, tra i quali ci sono quelli scorretti che approfittano della manodopera estera. Purtroppo la sinistra non è riuscita a spostare a sufficienza il discorso politico sul secondo confronto, quello vero".
Il Ticino vanta una ricca offerta culturale, ma talvolta improvvisata e scoordinata, una situazione che, assicura il ministro, sta già migliorando grazie all’istituzione della Conferenza cantonale della cultura. "Bisogna incoraggiare la qualità dell’offerta - afferma -. La novità del Masi, il Museo d’arte, è nata dalla collaborazione tra il Cantone e la Città di Lugano, per l’Orchestra della Svizzera italiana siamo riusciti ad ottenere una convenzione che ne garantirà l’attività per anni, mentre col dipartimento Finanze stiamo discutendo un ticket speciale per incentivare il turismo culturale".
Dal Dipartimento della cultura alla cultura politica di un Ps che soffre da tempo della mancanza di una leadership forte, capace di guidare il partito tra le sfide di una società in trasformazione e disinnescare le contrapposizioni interne. Contrasti che il consigliere di Stato minimizza: "Si è enfatizzata la nostra divisione sul pacchetto fiscale e sociale, dimenticando però che grazie al nostro ricorso contro l’amnistia fiscale abbiamo recuperato 150 milioni in tre anni. Su quel pacchetto c’è stato un confronto che ci differenzia dall’unanimismo di facciata degli altri partiti".  
Del resto, le divisioni sono nel dna della sinistra che, a differenza della destra, è incapace di unire le sue forze: "Mi auguro che il popolo progressista il prossimo aprile abbia una visione più strategica e avverta questa necessità. Dialogare con chi da sinistra vede nel Ps il nemico numero uno e finisce solo per aiutare la destra è divenuto quasi impossibile".
Se non ci fosse più il Ps, Bertoli militerebbe tra i Verdi, perché la difesa dell’ambiente, nota, è già una drammatica emergenza: "Penso, comunque, a una forza che coltivi la collaborazione con tutti i progressisti".

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17.03.2019


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