Il successo delle formazioni multietniche al mondiale russo
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Il calcio e lo sport
senza più frontiere
MAURO SPIGNESI


Ha fatto discutere la Germania, ma prima era arrivata la Francia che anni fa si è identificata  nei successi di Zinédine Zidane, figlio della Cabilia, regione berbera dell’Algeria e ora in Kylian Sanmi Mbappé, nato a Bondy, banlieue a nord di Parigi, madre algerina, papà del Camerun. Il Belgio oggi sogna con Romelu Menama Lukaku, figlio di genitori congolesi. Senza parlare dell’Inghilterra, che ha sfornato campioni che hanno radici in tutto il mondo. Perché oggi il tratto distintivo del calcio, come si sta vedendo in questo campionato del mondo in Russia, è sempre più multietnico. E la Svizzera, in questo senso, è stata una nazionale pioniera. "Già nel mondiale giocato in Brasile nel 2014, quella rossocrociata era la nazionale più cosmopolita", ha scritto Toni Ricciardi, storico delle migrazioni all’Università di Ginevra. Una squadra che è lo specchio di un Paese e della sua storia recente e passata.
Quest’anno la Nati è scesa in campo in Russia guidata da un allenatore bosniaco con origini croate e racchiudeva oltre 10 etnie diverse. "Tanto che una nazione intera, anche chi a ogni piè sospinto brandisce il vessillo del "prima i nostri", ha gioito grazie ai gol di due calciatori figli di profughi", nota Toni Ricciardi riferendosi al successo contro la Serbia nello stadio di Kaliningrad. Anche se poi il gesto dell’aquila, simbolo sulla bandiera albanese, mimato da Xherdan Shaqiri e Granit Xhaka, ha fatto piombare sui due calciatori una polemica che ha tracimato sui dubbi, sull’attaccamento alla maglia, sulla fedeltà alla Svizzera. A spegnere la discussione ci ha pensato il "saggio" Vladimic Petkovic: "Penso - ha detto - che dovremmo concentrarci su questo sport, un bellissimo gioco che unisce le persone".
Ma poi sono arrivate a sorpresa le dichiarazioni del segretario generale dell’Associazione Svizzera di Football (Asf) Alex Miescher sul Tages Anzeiger. "L’esultanza di giocatori che indossano la maglia svizzera ma che esprimono la loro solidarietà all’Albania - ha detto - dimostra che c’è un problema legato ai doppi passaporti". Pertanto bisognerebbe imporre alle selezioni Under di convocare solo chi rinuncia alla doppia nazionalità: "Oggi beneficiamo della forza della nostra Nazionale multiculturale ma può capitare di formare giocatori per altre nazionali e questo non va bene. Trovo sconvolgente non aver alcun potere per evitare che ciò accada".
Ma intanto attorno a questo dibattito cova il fuoco dell’intolleranza. Perché, ad esempio, contro Mbappé sui social si scrive "potrebbe benissimo andare a rubare in spiaggia". O, quando in Italia è stata ventilata l’ipotesi di affidare la fascia di capitano della nazionale a Mario Balotelli, in tanti hanno detto no e sono persino apparsi striscioni offensivi. "Succede perché la gente, purtroppo, giudica ancora in base al colore della pelle. Perché nonostante la società sia cambiata profondamente, sia diventata più multirazziale, questo aspetto non viene accettato da tanti. La dimostrazione è che nel ventunesimo secolo ci si meraviglia ancora davanti a una nazionale multietnica come quella rossocrociata, invece di vederla come un dato acquisito, normale, come un fatto che non ha più nulla di eccezionale", spiega Demba Dieng, insegnante e collaboratore scientifico dell’associazione SportForPeace legata alla Scuola per sportivi d’élite di Tenero. Dieng, in prima fila da 40 anni contro il razzismo, dice che "la battaglia per sconfiggere questo fenomeno va combattuta tutti i giorni, pazientemente, ognuno nel proprio ambito. La scuola, lo sport, la famiglia, devono spiegare che gli uomini sono tutti uguali".
Dieng, tuttavia, racconta che rispetto a qualche anno fa, quando il razzismo era spesso una espressione grossolana, oggi ci si trova davanti a nuove forme di intolleranza, più raffinate. "La Svizzera - dice - sta facendo un eccellente lavoro contro la violenza e il razzismo. A Tenero il rispetto, la dignità, il fair play, sono valori che vengono insegnati con passione. Come nelle altre scuole di tutta la Confederazione. Poi, però, i ragazzi tornano a casa, e lì la famiglia dovrebbe riprendere il discorso. Ma non sempre accade". Non sempre accade anche in campo, quando si banalizzano i "buuuu" rivolti ai giocatori di colore e le società li giustificano sostenendo che si tratta solo di espressioni folcloristiche, uno sfottò.
Un po’ perché il vento sovranista e antistraniero che spira in Europa ha contagiato anche le persone colte, e ormai è un fenomeno trasversale. E un po’ perché, come fa notare sempre Demba Dieng, "spesso, e va detto per onor di verità, i più intolleranti sono coloro che hanno un passato migratorio, che ormai si considerano arrivati e negano il proprio passato e le radici. Il razzismo si incuba nella memoria corta".

m.sp.
08.07.2018


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