L'analisi
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L'identità multipla
specchio della società
MARINO NIOLA


Il campionato del mondo 2018 passerà alla storia come il mondiale della multietnicità. Con più nazioni che nazionali. Infatti i Paesi rappresentati dagli atleti in campo sono ben 51, mentre le squadre in lizza sono 32. Ancora una volta lo sport fa da specchio delle trasformazioni sociali che stiamo vivendo. E anche di più. Perché ci rimanda l’immagine possibile di un futuro che ancora non riusciamo a scorgere, se non in forme contraddittorie, conflittuali, deformate dalla paura e dall’ideologia. Di fatto quel che avviene nel calcio e anche in altre discipline sportive, è una prova generale dell’umanità di domani. Dove i processi crescenti di integrazione e di coabitazione cambiano lentamente, ma inesorabilmente i connotati stessi dell’identità. Che smette di essere seccamente nazionale, per diventare multinazionale. Per cui una stessa persona può avere più appartenenze. E farle convivere pacificamente nel proprio cuore e nella propria mente, Come differenze tra un sé e l’altro sé. Nazioni dell’anima che trovano modo di vivere insieme facendo nascere nuove forme di comunità. Dove a contare non è la natura, ma la naturalizzazione. Non il luogo di nascita, ma quello di residenza. Che, combinandosi insieme, determinano delle identità multiple. Come nel caso di Xherdan Shaqiri, Granit Xhaka, Blerim Džemaili, Valon Behrami, che vivono tutti, seppur con sensibilità diverse, il loro essere insieme svizzeri e albanesi.
Ovviamente la vittoria sul terreno di gioco rende tutto più facile e diminuisce gli attriti. Esalta ciò che unisce e mette in ombra ciò che divide. Diciamo che è il bicchiere mezzo pieno della globalizzazione. Come è successo pochi giorni fa in Italia quando le ragazze della staffetta 4x400 sono riuscite a mettere d’accordo un Paese ringhioso, incazzoso, timoroso, sospettoso che in questo momento appare avvitato in una spirale di rancore, sprofondato in un gorgo di risentimento. Qualcosa di analogo sta succedendo in Francia, dove i gol del ragazzo di banlieue, Kylian Mbappé, stanno smentendo le farneticazioni lepeniste meglio di mille ragionamenti ideologici. E come succede da sempre negli Stati Uniti, dove gli score agonistici dei colored, da Jesse Owens a Carl Lewis, da Cassius Clay a LeBron James hanno aiutato a superare pregiudizi razziali che sembravano insormontabili. In questo caso non è la nazionalità a fare problema ma il colore della pelle, si tratta comunque di una mancanza di integrazione che da sempre divide come una faglia il cuore dell’America e la rende straniera a sé stessa.
Purtroppo c’è anche il bicchiere mezzo vuoto delle sconfitte. Che puntualmente ridà fiato ai nemici dell’integrazione. È successo dopo l’eliminazione meritatissima della Germania, quando i neonazi dell’Afd, Alternative fur Deutschland, hanno attaccato i selezionatori chiedendo che al mondiale 2022 scenda in campo una nazionale "tutta tedesca". Un drappello pangermanico duro e puro. Per fortuna la storia va in un’altra direzione. E lo sport le sta facendo da apripista.
08.07.2018


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