Per la prima volta le ragazze iraniane entrano allo stadio
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La lunga battaglia
delle donne del pallone
MARIA MICHELA D'ALESSANDRO DA SAN PIETROBURGO


Lo scorso 15 giugno fuori lo stadio di San Pietroburgo c’erano proprio tutti, donne, uomini e bambini. Scontato per molti ma non per i tifosi di una delle due squadre: la seconda partita del girone B dei Mondiali di Russia 2018, Marocco-Iran, non ha solo visto trionfare all’ultimo minuto la nazionale della Repubblica islamica dell’Iran, ma tutte le sue donne.
Dal 1980 infatti, l’anno dopo la rivoluzione islamica del 1979, una legge vieta alle donne iraniane l’accesso a tutti gli stadi del Paese.
"A San Pietroburgo è stata la prima volta nella mia vita che ho guardato la nazionale iraniana giocare ai campionati del mondo, la mia prima volta in uno stadio, la prima volta che ho visto la mia squadra vincere, dopo 20 anni", racconta felice Ida, 33 anni giornalista televisiva iraniana. A 28 anni ha lasciato il paese per studiare giornalismo internazionale ma ha sempre seguito il calcio: "quando ero piccola rimanevo sveglia fino a tardi per guardare le partite della Champions League. Allo stesso tempo però, non ho mai avuto un grande desiderio di andare allo stadio; eppure quando ci sono entrata non volevo più andare via, anche dopo la fine della partita", continua Ida.
Nonostante le promesse di cambiamento da parte delle autorità iraniane e del governo di Hassan Rouhani, ancora oggi una legge impedisce alle donne di assistere alle partite di calcio maschile giocate in uno stadio - divieto non estendibile alle competizioni internazionali fuori dai confini dell’Iran.
E così, calcio a parte, i Mondiali hanno portato un’altra vittoria importante per le donne iraniane: il 20 giugno per la prima volta dopo 40 anni, il consiglio provinciale di Teheran ha lasciato a tutti i tifosi la possibilità di vedere la partita Iran-Spagna trasmessa sui maxi-schermi dello stadio Azadi, il più grande della capitale iraniana. "Per me non potrà cambiare tutto in una notte ma è comunque una piccola vittoria", conclude Ida.
Per Shima invece, trentenne giornalista e ricercatrice nata a Teheran, è sempre stato un desiderio vedere una partita di calcio in uno stadio, "ricordo quando avevo 10 anni di aver pensato di travestirmi da maschio per andare allo stadio, ma non l’ho mai fatto perchè avevo paura". Dopo il passo avanti fatto durante i Mondiali, non è solo Shima a pensare che le donne iraniane siano diventate molto più forti rispetto a qualche anno fa: "penso che la strada per cambiare la legge sia ancora lunga ma che quella intrapresa vada verso il cambiamento, ora sono molto più fiduciosa rispetto al passato", conclude Shima.
Negli stadi russi è arrivato anche il messaggio di Open Stadium, un movimento di donne iraniane che si batte da anni per la parità dei diritti in ambito sportivo. Sara, nome di fantasia usato sul web dall’attivista che gestisce l’account Twitter del movimento, racconta di come dal 2005 - anno in cui alcune attiviste donne annunciarono ufficialmente di voler entrare nello stadio Azadi di Teheran durante la partita Iran-Bahrain - la situazione sia cambiata. Grazie ad Internet e all’inglese, Sara è riuscita a far conoscere la sua storia e a raggiungere un bacino di utenti anche fuori i confini dell’Iran. "È stato incredibile guardare l’Iran giocare ai Mondiali di Russia, ho seguito la nazionale a San Pietroburgo, Kazan e Saransk  e mi sono commossa vedendo tante donne entusiaste e felici dentro uno stadio", commenta Sara. Con se, Sara ed altre attiviste hanno portato diversi striscioni con su scritto "Supporta le donne iraniane ad entrare negli stadi", attirando l’attenzione del pubblico e della Fifa. La Federazione internazionale di calcio, dopo aver impedito alle attiviste l’ingresso dello striscione presso lo stadio di Kazan, in occasione dell’ultima partita del girone ha nuovamente autorizzato l’intenzione di trasmettere un messaggio sociale così importante. "Non so cosa succederà in futuro - conclude Sara - forse la decisione di ammettere donne allo stadio è stata presa solo per dare un’immagine differente del Paese o forse perché qualcosa cambierà. Aspetteremo".
08.07.2018


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