Una vecchia struttura ripara i profughi dal freddo
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L'ex collegio bosniaco
dove si sogna l'Europa
GABRIELE GATTI


Da tre mesi stanno confluendo verso il nord della Bosnia ed Erzegovina tutti i profughi della rotta balcanica da Serbia, Grecia, Bulgaria e Montenegro. I motivi sono svariati: la precedente rotta che vedeva la Serbia come il primo Paese di accesso all’Europa ora non è più attiva poiché il confine con l’Ungheria è sbarrato dal Muro di Orbàn e i valichi al confine serbo-croato sono famigerati per i pestaggi e i respingimenti della polizia.
In questi mesi si è sviluppata una grande concentrazione di migranti nelle località lungo il confine con la Croazia di Bihać e Velika Kladuša. Oggi a Bihać più di 2.000 persone hanno trovato rifugio in un vecchio, fatiscente collegio, assistite dalla Croce Rossa e dall’Ong italiana Ipsia.
L’ex studentato, a pochi chilometri dal centro appunto della cittadina di Bihać, è un edificio circondato da un parco dove decine di tende sono state piantate soprattutto da famiglie con bambini. La struttura pare sventrata in più punti a causa dei lavori mai conclusi precedenti alla guerra. Un grande scalone porta al secondo piano dove persone di origine pakistana e afghana dormono in sacchi a pelo e in tende per ripararsi dall’umidità dal freddo delle notti bosniache. Non esiste divisione di provenienza: pakistani, indiani e afghani convivono sotto lo stesso tetto ad eccezione delle famiglie con bambini che tendono a ricercare zone più appartate. "Per me il Game è riuscire ad entrare in Europa, rischio ogni cosa per riuscirci, forse partirò domani con un mio amico", dice H. Per lui è il primo Game. Ha solo sentito molti terribili racconti al riguardo, ma sembra intenzionato a farlo. Tra gli inquilini dello studentato di Bihać questa è l’ultima prova per entrare in Europa attraversando il confine tra Bosnia e Croazia e successivamente attraversare la Slovenia e l’Italia.
Come già accadeva sulla frontiera serbo-ungherese la polizia ha adottato protocolli non ufficiali di sistematicità dei respingimenti. Gli agenti croati riescono agevolmente a intercettare ogni persona che varca il confine tra Bosnia e Croazia grazie alle segnalazioni provenienti soprattutto dai cittadini. Le procedure utilizzate su tutti i confini europei prevedono le seguenti operazioni al momento della cattura: le persone vengono prima perquisite e spogliate, i cellulari e tutti gli apparecchi elettronici in loro possesso vengono frantumati a colpi di scarpone militare o gettati nell’acqua per renderli inservibili. Ogni uomo viene violentemente bastonato e immobilizzato a terra mentre la polizia raccoglie tutti gli averi in possesso dei profughi.
Soprattutto da parte della polizia croata i casi di furti sono ampiamente diffusi su tutto il confine.
Vengono successivamente caricati su dei furgoni dove aspetteranno il riconoscimento; l’attesa nel retro di questi furgoni varia da 6 a 8 ore senza cibo, acqua e, solo in pochissimi casi, viene permesso di recarsi al bagno. Una volta portati in caserma le persone sono interrogate e vengono presi i calchi delle impronte. Terminato questo processo la polizia croata riporta i profughi dentro il confine bosniaco, i beni non sono restituiti e ad ognuno viene spinto a tornare verso Bihać, talvolta ad armi spianate.
Molte associazioni umanitarie ed organizzazioni internazionali come Oim (Organizzazione internazionale per le migrazioni) e Unhcr stanno lavorando sul territorio spalleggiate da agenzie private. Tutti questi enti hanno notevolmente aumentato le assunzioni di nuovi operatori e le risorse economiche, cavalcando l’onda dell’emergenza sul confine bosniaco-croato.
Ad oggi, con l’inverno che arriverà, non esiste però un piano per il futuro che permetta di trovare una soluzione al collo di bottiglia creatosi nel nord della Bosnia. Dove anzi, rischia di ripetersi ciò che successe in Serbia, quando l’apertura di campi su tutto il territorio nazionale non solo destabilizzò ancora il paese ma non creò soluzioni continuative di gestione del flusso di migranti che dal 2015 continua ad infrangersi come un’onda sui confini europei difesi a colpi di manganello.
12.08.2018


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