Così i rappresentanti del popolo sfruttano l'immagine
Immagini articolo
Imbarazzanti selfie
di politici vanitosi
MARINO NIOLA


Paparazzi go home. Potete anche appendere la Leica al chiodo e risparmiarvi appostamenti estenuanti per strappare al vippame politico qualche scatto imbarazzante. Oggi i politici si paparazzano da soli e postano in tempo reale una strage di foto che, visti i soggetti, imbarazzanti lo sono di loro. In Italia, ad esempio, c’è stata una lunga polemica sul selfie del vicepremier Matteo Salvini ai funerali delle vittime di Genova. E a fare l’uno due, si è aggiunto quello del ministro delle infrastrutture Danilo Toninelli in spiaggia con la moglie mentre si consumava la tragedia del Pollino. Che a moltissimi cittadini ancora dotati di pudore, quelli che non berciano da mattina a sera sui social, ha fatto cadere le braccia e girare qualcos’altro.  
In realtà i rappresentanti del popolo si sono trasformati in rappresentati, anzi in autorappresentati. Con la complicità di una parte della base, la minoranza rumorosa che affolla la rete e che in questi figuri vede riflessi in tutto e per tutto i suoi pregi e difetti. Fra cui la tendenza sempre più virale all’autocontemplazione di massa. Alla fissazione egocentrica sul proprio ombelico.
È questo l’orizzonte sociale che ha fatto dell’autoscatto una mutazione genetica dell’io. E della fotocamera a tecnologia rotante una sorta di proboscide digitale sempre puntata su di sé. E se gli elefanti in questo modo si spruzzano per rinfrescarsi, i politici "refreshano" il loro profilo. Ma qui siamo andati al di là, perché in questo misto di vanità digitale e di paraculismo reale c’è qualcosa di nuovo, anzi d’antico. Che ha a che fare con la mitologia del doppio, cioè con la reduplicazione della persona in carne ed ossa nei simulacri che la ritraggono. Era questo una volta il senso delle statue imperiali, dei ritratti dinastici, delle effigi dei potenti, dei mausolei degli autocrati, delle mummie dei re. Gente il cui potere stava più nel culto del corpo sovrano che non nelle istituzioni politiche. Ma oggi questa arcaica liturgia impatta fragorosamente contro i cristalli liquidi dello stagno di Narciso digitale. E fa cortocircuitare l’idea moderna e democratica della rappresentanza con quella antica e autocratica della rappresentazione. Che tende a ritrasferire la sovranità al capo che diventa una presenza costante, all’inizio osannata poi, come insegna la storia esecrata.
I politici, che vivono solo nel tempo-istante e, a differenza di quanto proclamano non si pensano nel futuro, finché possono sfruttano a piene mani questa viralizzazione che rende onnipresente la loro immagine e soprattutto la rende fisica, tangibile, visibile, riproducibile. In un certo senso oggi i leader si transustanziano in una infinità di corpi, di sindoni digitali, che l’autoscatto 2.0 fa volare sul mare del web aumentando esponenzialmente lo share. Col risultato di fare della politica uno scambio di pollici contro pixel. Qualcuno vede in questa complicità populista i segni dell’eclissi del popolare. L’annuncio di un nuovo patto sociale tra selfie-made men. Ma la storia sembrerebbe suggerire che prima o poi queste facce vincenti e dilaganti si trasformano in teste da tagliare.
16.09.2018


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