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Perché il sovranismo
costruisce nuovi muri
LUIGI BONANATE


Sembra che il respiro del mondo stia cambiando ritmo: riappare la lotta politica. Tanto all’interno degli stati quanto tra di loro, le richieste di mutamento si fanno sempre più intense e vedono affacciarsi progetti che contestano o addirittura respingono i livelli di vita in tutte le parti del pianeta. Quel che avevamo creduto era proprio che cosmopolitismo e democrazia si sarebbero un po’ per volta diffusi... Ma ora sta avvenendo una cosa completamente nuova e, più che altro, di portata opposta. Da una almeno apparente e tendenziale apertura reciproca tra le società, che faceva immaginare un futuro condivisibile e progressivamente più ricco, guidato da governi bipartisan propensi piuttosto al compromesso che allo scontro, siamo passati a un ribaltamento totale e alla perentoria richiesta di ripensare i principi della convivenza. È come se la storia stesse cercando di svoltare. Volevamo far progredire il mondo, ma a quanto pare abbiamo avuto paralisi e stagnazione; credevamo in un internazionalismo che doveva renderci tutti un po’ più uguali, e ci scontriamo oggi con un sovranismo (che brutta parola, tra l’altro) che stravolge un concetto fondamentale del diritto internazionale: ciascuno stato è sovrano non per proclama ma solo se la sua azione è efficace, cioè responsabile e capace di affermarsi. Il diritto excludendi alios è una norma garantista di riconoscimento reciproco, non la clava con cui escludere chi e quel che non ci piace.
Si va diffondendo nel mondo l’estremismo di chi rifiuta gli sconosciuti, tanto più se di un altro colore, e vuol tenere in cascina i propri beni per paura di doverli condividere, ribadendo confini e innalzando muri che impediscano brutti incontri e pericoli di strada. Il populismo del ventunesimo secolo non si aggrappa più soltanto alla fiducia cieca nel capo, ma all’esaltazione della propria superiorità e della singolarità. Per Trump il motto è: "America first", declinato poi da diversi paesi. Ma chi stabilirà le graduatorie e come? In base alla forza dei propri muscoli o alla bontà delle politiche svolte? Inevitabilmente i movimenti identitari sognano comunità raccolte intorno a pochi e semplici valori, facilmente condivisibili, ma rifiutabili agli estranei; immaginano società omogenee e pure fondate su una (indimostrabile) supremazia. Razzismo, territorialità e sangue ritornano a galla, dopo che la storia li aveva condannati - non senza ragione. Preferiscono stare tra loro piuttosto che aprirsi al mondo. In ogni caso, ogni separazione fa premio su qualsiasi accoglienza, umanitaria o politica che sia.
Alcuni suoi membri (una minoranza, non insignificante, ma piuttosto rumorosa) attaccano oggi l’Unione europea ricorrendo non ad approfondite discussioni ma a progetti di smantellamento che irridono i principi dai quali l’europeismo prese le mosse, e negano ogni valore alla libera circolazione non soltanto delle merci ma anche degli esseri umani. Questi "nuovi barbari", che sono felici di esser tali, non dimentichino che il sovranismo non è garanzia di pace e di sviluppo e annuncia odio e guerre.
16.09.2018


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