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Un giornalista di Repubblica racconta la sua 'immigrazione'
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"Mi dicevano... Cincali
ma ero nato in Svizzera"
FRANCO ZANTONELLI


Gli anni di Schwarzenbach, il fondatore dell’Azione Nazionale, fautore dell’iniziativa popolare che il 6 giugno del 1970 portò gli svizzeri al voto, per la prima e più clamorosa iniziativa anti-stranieri, sono al centro di un libro di grande successo, uscito in Italia per Feltrinellli. Lo ha scritto Concetto Vecchio, giornalista del quotidiano La Repubblica, con un titolo più che eloquente, "Cacciateli".
Un’opera autobiografica, giunta in poche settimane alla seconda edizione. Concetto Vecchio è figlio di Carmelo, un siciliano di Linguaglossa, alle pendici dell’Etna, di professione ebanista che, nel 1962, arrivò nel nostro Paese con un biglietto ferroviario di sola andata Giarre-Arth Goldau, alla ricerca di un futuro migliore.
Con quell’operaio del sud approdarono, da noi, altre centinaia di migliaia di italiani, provocando un forte sentimento xenofobo, nella popolazione elvetica. "Sono troppi, ci rubano i posti migliori, lavorano per pochi soldi, occupano i letti negli ospedali, sono rumorosi, non si lavano", alcuni dei sentimenti che divennero di dominio comune e che l’abile Schwarzenbach, un consigliere nazionale zurighese colto e spregiudicato seppe intercettare, portando oltre mezzo milione di cittadini ad approvare la sua iniziativa contro l’inforestieramento. Iniziativa che venne respinta dal 54% dei votanti e che, vista con gli occhi di oggi, contiene i presupposti del primanostrismo, di questi tempi tanto in voga non solo in Svizzera ma pure in altri  Paesi europei.
Anche se a Wildegg, il comune argoviese dove Carmelo Vecchio trovò il suo primo impiego, il datore di lavoro era un uomo pieno di umanità: 280 franchi al mese il suo primo stipendio, 60 dei quali se ne andavano per l’alloggio, in una fattoria.
Il figlio di Carmelo, Concetto, è nato in Svizzera nel 1970 e per scrivere il suo libro ci è ritornato. E ha trovato un Paese migliore di quello di Schwarzenbach. "Mi ha stupito una cosa, leggere un editoriale della Neue Zurcher Zeitung dove ci si rammaricava della mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali perché non ci sarebbero stati né caroselli, né feste in piazza. Ecco, nella Svizzera di Schwarzebach gli italiani erano disprezzati anche perché sostavano in gruppo sui marciapiedi, o davanti alla Migros, chiassosi, allegri, disinvolti".
Concetto Vecchio non ha particolari ricordi brutti della sua esperienza in Svizzera. Anche se...  "negli anni Settanta mi sono preso molti Tschingg, ovvero Cincali. Ma io ero nato lì, parlo lo schwizerdutsch, ho fatto la Bezirkschule a Lenzburg fino a 14 anni. Ero, come tanti, diviso tra due culture, quella italiana della famiglia, e quella svizzera nella società. Quando mio padre mi disse che saremmo andati a vivere in Sicilia fu un grande dolore". E adesso come si trova a vivere in un Paese che, oggi, ha la tendenza a trattare gli immigrati come la sua famiglia è stata trattata in Svizzera, all’epoca di Schwarzenbach? "Mi colpisce la regolarità della storia. L’Italia ha reciso la memoria. C’era un tempo in cui noi eravamo poveri, eravamo gli ultimi, e gli ultimi emigravano: dal 1948 al 1968 arrivarono in Svizzera due milioni di italiani. Non c’erano disoccupati, eppure Schwarzenbach, con la sua iniziativa popolare, ebbe successo. È la conferma che il populismo trae la sua forza nel fatto identitario, nella paura ancestrale del diverso, più che dalla congiuntura economica".
09.06.2019


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