La ricetta di una formula editorale di successo
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La svolta del Guardian
tra inchieste e online
ALESSANDRO CARLINI DA LONDRA


Definirlo solo un giornale è riduttivo. Il Guardian Media Group (Gmg) è una piattaforma di contenuti, una "corazzata" dell’informazione capace di raggiungere milioni di utenti e portare avanti con loro un legame forte, schietto e diretto. Negli ultimi anni è passato attraverso una rivoluzione dei formati e una riorganizzazione interna con pochi eguali nell’editoria internazionale: da quotidiano della Gran Bretagna progressista è diventato un punto di riferimento globale, in Europa e anche negli Usa (dove nel 2014 ha vinto il Pulitzer con gli scoop sui documenti ottenuti dalla "talpa" Edward Snowden), di quanti rifiutano "fake news" e sensazionalismo nell’informazione per ricercare invece la verifica dei fatti, le inchieste sui "poteri forti", la credibilità delle fonti e in generale un giornalismo impegnato che tiene a distanza di sicurezza i politici pur ispirandosi a una moderna sinistra "mainstream". I risultati sono sotto gli occhi di tutti: di recente è stato annunciato il pareggio di bilancio dopo un coraggioso piano triennale. 
I cambiamenti erano inziati già con direttori lungimiranti, come Peter Preston e Alan Rusbridger. È stata però Katharine Viner, la prima donna alla guida del Guardian e del domenicale Observer, ad affrontare uno dei momenti più difficili e a uscirne con una ricetta di successo. Il crollo delle vendite dei giornali di carta, il drastico calo delle entrate pubblicitarie, la spietata concorrenza dei social media, hanno messo il gruppo editoriale di fronte a una sfida epocale. A problemi tanto gravi si è risposto con scelte altrettanto coraggiose. Prima di tutto i massicci investimenti nella versione online e, cosa più unica che rara nel panorama dell’editoria internazionale, si è andati avanti sulla via della gratuità dei contenuti sul sito theguardian.com, affiancandola però a un coinvolgimento diretto del lettore nella sopravvivenza della testata. È stato scelto un approccio no-profit, in linea con il messaggio affisso in calce a ogni articolo online: anziché stabilire un "paywall" per far pagare al pubblico la lettura del sito, il quotidiano londinese invita i lettori ad abbonarsi o a dare un contributo finanziario. 
Secondo gli ultimi dati forniti dalla direzione di Gmg al Caffè, il Guardian vanta ora 655 mila abbonati e 300 mila sostenitori che hanno versato una somma una tantum negli ultimi dodici mesi. La testata così può continuare sulla via della sua indipendenza, garantita dallo Scott Trust che la amministra senza alcuna ingerenza editoriale, evitando di chiedere soldi a magnati britannici o stranieri. Nella sua redazione, che vede una formidabile sinergia fra l’online e il cartaceo, si respira la continua ricerca della qualità informativa, in tutti i formati, inclusi quelli più rapidamente fruibili come le app per tablet e telefonini. Fra i cambiamenti storici intrapresi da Viner c’è stato anche il cambio di veste grafica del giornale. È stato scelto, per la testata nata a Manchester (come Manchester Guardian) nel lontano 1821 e solo molto più tardi trasferitasi a Londra, un formato compatto, di dimensione tabloid, che tuttavia non intende in alcun modo fare concessioni al sensazionalismo degli altri tabloid del Regno. Anche se le tirature si sono molto ridotte negli ultimi anni - si parla di 132.821 per il Guardian e 159.568 per l’Observer - i numeri dell’online continuano a crescere: in marzo, un mese record, i visitatori unici sono stati 163 milioni, con 1,35 miliardi di pagine viste. Il numero dei lettori regolari nelle varie piattaforme è aumentato del 40% dal 2016. Dati che spiegano come successo e qualità possano andare a braccetto anche nell’epoca dominata da chi la spara più grossa per aumentare i "click" e i "like".
08.09.2019


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