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L'esperienza di Gabriella Caldelari, in Ruanda da 25 anni
Immagini articolo
Quella notte salvammo
i bimbi dal genocidio
GIUSEPPE ZOIS


Quella di Gabriella Caldelari, fondatrice di "Insieme per la Pace, Ruanda", comincia come una cronaca sconvolgente: "Lavoravo da educatrice al Don Orione di Lopagno. Nel 1994 resto sconvolta dalle notizie e dalle immagini del genocidio che insanguinano il Ruanda dal 6 aprile, con oltre un milione di morti tra tutsi e hutu, molti dei quali sterminati a colpi di machete, spranghe e coltelli. Dico a me stessa che debbo partire e tutti mi chiedono se sono matta".
Non le importa. In un servizio alla tv vede Maria Pia Fanfani che lascia quel martoriato Paese, portando con sè una cinquantina di bambini orfani. "Le scrivo subito e le dico di essere a sua disposizione se serve un aiuto - riprende il racconto Gabriella -. Mi risponde che vorrebbe ripartire, ma non trova nessuno che l’accompagni e che sarei la benvenuta. Siamo partite. Per disguidi vari, arrivammo di notte e fummo costrette ad entrare a piedi dall’Uganda". Una notte che Gabriella non dimenticherà mai. Sotto un cielo stellatissimo furono accompagnate fino al confine con il Ruanda da un autista e dalla guardia del corpo del presidente ugandese, Yoweri Museveni. "Ci mettemmo nelle mani delle Forze patriottiche ruandesi, il cui generale è l’attuale presidente del Ruanda, Paul Kagame. Sballottate in posti remoti, dove c’erano bambini da salvare. Riuscimmo a portarne con noi in Italia un centinaio. Le autorità svizzere alzarono un mare di difficoltà, volevano sapere da dove arrivassero, per cui desistemmo".
Sono passati 25 anni dal genocidio, 25 dalla nascita dell’associazione. Oggi Gabriella ha 76 anni ma occhi, cuore e entusiasmo di una ragazza: "Mi sono convinta che l’esistenza ci dà quello che noi possiamo sopportare". Dopo aver scritto un libriccino liberatorio, intitolato "Ruanda, per non dimenticare", subito nell’agosto del 1994, a Signôra, passa al concreto e con alcuni amici fonda l’associazione, va e viene dal Ruanda e si concentra sugli aiuti d’emergenza. Poi promuove le adozioni a distanza, per dare una speranza di futuro ai bimbi rimasti soli. Ne perfeziona più di mille con una quota di 600 franchi annui per ciascuna: molti hanno potuto studiare, farsi una posizione. Ora ne sono attive ancora 340 e ogni anno si abbassano di una cinquantina e gli orfanotrofi di un tempo sono stati trasformati in scuole materne.
L’associazione di Gabriella, come primo progetto ha sviluppato l’apicoltura: per il miele, certo, ma anche per l’impollinazione; è seguita la costruzione di un centro sociale, poi è stato ristrutturato un laboratorio di ricamo, attività sviluppata grazie all’intuizione di suore del Belgio missionarie sul posto già prima del genocidio; poi è stata la volta della panetteria, con un forno a legna. Che sta funzionando da 23 anni e dove lavorano 15-18 persone, donne e uomini. Riescono a produrre il pane meno caro che in città. Spiega con un sorriso solare: "Le attività che abbiamo avviato laggiù stanno tutte funzionando al meglio e in crescita, per finanziarsi producono borse, borsoni, cesti, ricami che poi vendono ai mercatini, anche sulle bancarelle ticinesi che organizziamo per raccogliere un po’ di fondi".
Una delle emergenze ataviche è l’acqua: abbiamo trovato una sorgente scavando per 80-100 metri e da lì si riesce a captare l’acqua potabile, con impianti che funzionano ad energia solare. Il materiale lo comperiamo in Belgio. Dal 2010 abbiamo già piazzato 73 pompe, con l’impegno di un milione di franchi, ora stiamo lavorando per altre 3".
Da quando è sorta Insieme per la pace, Gabriella è riuscita a convogliare in 25 anni nel Ruanda un fiume di aiuti quantificabili in quasi 16 milioni di franchi. "Da ragazza sognavo di ritirarmi nella casa della nonna in Valcolla e diventare una mezza eremita. Si vede che non era il mio destino. Quello che ho potuto fare, l’ho fatto. E se qualcuno stasera laggiù va a letto un po’ più contento, devo essere felice anch’io".
(4 - continua)
13.10.2019


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