Viaggio nella crisi economica della locomotiva tedesca
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La Germania è ferma
e l'Europa sta frenando
STEFANO VASTANO DA BERLINO


asta sfogliare i giornali per rendersi conto in quali condizioni di salute versi oggi il Gigante Germania. Il gruppo Miele di Gütersloh ad esempio, che da 120 anni produce elettrodomestici, ha appena annunciato il taglio di 1000 posti di lavoro. Contro la concorrenza della Tesla la Mercedes ha ora lanciato il decantato Eqc, un suv a motore elettrico con la stella sul cofano al costo di 71 mila euro. Peccato che i 1696 proprietari dei Eqc siano stati pregati di riportarli, per un difetto al pistone, agli impianti Mercedes: una figuraccia per il gruppo di Stoccarda, che vuole sfornarne 20mila all’anno delle nuove elettriche.
Altra notizia poco allegra da Berlino: a fine ottobre i disoccupati nella capitale erano 152 mila, 3.000 in più rispetto all’ottobre scorso, e la disoccupazione sale così a Berlino al 7,8 per cento. Solo tre notizie certo, ma bastano ad intuire che anche nel Paese della Merkel, dopo 10 anni di crescita e stabilità, si sia oggi diffusa la crisi. Tanto che nei telegiornali i tedeschi ascoltano allibiti una parola che sembrava radiata dalla loro li"gua: "Rezession", la recessione del Pil, della competitività e produttività in vari settori della ex "Locomotiva d’Europa".
Già all’inizio di ottobre i cinque più accreditati istituti di analisi avevano ritoccato verso il basso le stime per il 2019: quest’anno il Pil crescerà solo dello 0,5 per cento in Germania. "La nostra economia - ha dichiarato Claus Michelsen dell’istituto Diw di Berlino - si ritrova di fatto in una recessione". Una brusca frenata del colosso tedesco che, dopo aver limato le esportazioni del "made in Germany", ora lascia segni negativi nel commercio e nell’edilizia.
Il più preoccupato di tutti è Eric Schweitzer, presidente del Dihk, la Camera di commercio che raccoglie 28mila imprese. Secondo le stime del Dihk non solo quest’anno il Pil "crescerà" dello 0,4 per cento, ma anche per il 2020 si profila una magrissima crescita dello 0,5. Non sono solo le burrasche internazionali, i conflitti commerciali Usa/Cina o la tragedia Brexit ad oscurare le aspettative ed esportazioni delle imprese tedesche e a spiegarne la crisi. "Da mettere in conto, spiega Schweitzer, ci sono eclatanti deficit delle infrastrutture e nella digitalizzazione". Il presidente della Camera di commercio non esagera.
Avete mai preso un treno da Bonn a Berlino? Se non fa ritardi, ci impiega sulle 5 ore per 600 km; e non stupitevi se sul vagone fa cilecca internet. Stupisce invece che il porto di Amburgo, il terzo in Europa, sia ancora privo di accesso a una rete autostradale. Con conseguenze infernali per il traffico di Amburgo, la metropoli con le code più lunghe in Germania. Ma è il ‘Ber’, il nuovo aeroporto di Berlino, che doveva aprire nel 2011 e costare circa 1,1 miliardi, il simbolo di una "Germania fuori servizio", come Stefan Aust ha intitolato un reportage sulle scadenti infrastrutture tedesche.
Nel Ber sono rifluiti sinora 6 miliardi di euro, ma nessuno sa quando vi decollerà il primo aereo. Ancora più drammatica la situazione nelle scuole segnata da penuria di insegnanti, aule che cascano a pezzi e mancanza di istituti "a tempo pieno". La KfW-Bank calcola che ci vorrebbero 48 miliardi di euro per risanare le scuole tedesche. Da tempo Marcel Fratzscher, direttore del Diw, spiega "che la nostra economia soffre di un calo sistematico negli investimenti pubblici e privati". E il suo libro sulla situazione economica si intitola non a caso "Illusione Germania". L’ ‘illusione’ sta nel fatto che gli investimenti in cultura ad esempio sono fermi in Germania al 5 per cento, nella media dei Paesi Ocse siamo oltre al 6.  
Giunto nel frattempo alla terza ‘Grosse Koalition’ fra Cdu e Spd, il governo di Berlino è rimasto sordo a questi richiami. E continua a puntare sul mitico ‘Schwarze Null’, il pareggio in bilancio a tutti i costi.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    
Il mercato del lavoro le registra tutte sia le insicurezze, nel quadro internazionale, che i vari ritardi strutturali dell’Azienda Germania. A fine ottobre c’erano 2,2 milioni di disoccupati in Germania, il 4,8 per cento. Per la prima volta da sei anni, il livello dei disoccupati non è sceso rispetto all’ottobre precedente, e la disoccupazione ormai si fa sentire anche al sud del Paese, in Baviera e nel Baden Wurttemberg. Nei due Länder dove hanno sede la Bmw, Daimler, Porsche e, insieme alla Bosch, tante imprese di macchinari. Certo, sono in particolare le quattro ruote, le Audi in testa, ad attraversare dopo l’incredibile "scandalo Diesel" una forte crisi (vedi in alto a destra)). Eppure, il ministro del Tesoro, il socialdemocratico Olaf Scholz, mantiene una calma di gesso di fronte a tanti campanelli di allarme. Forse perché nelle casse del ministro delle finanze entreranno quest’anno 796 miliardi di euro, 4 in più di quelli stimati lo scorso maggio. E poi è dal febbraio del 2018 che l’inflazione non era così bassa: a fine ottobre i prezzi erano saliti dell’1,1 per cento. Per questo il ministro Scholz non vede alcuna recessione in Germania, ma "una lieve ammaccatura" della congiuntura.
Nel rapporto di metà ottobre del World Economic Forum, che annualmente misura la competitività degli Stati industriali, la Germania è scivolata invece quest’anno dal terzo al settimo posto: nel ranking di Davos la più fiacca prestazione tedesca dal 2008 ad oggi. Certo, per quanto riguarda debito e inflazione, il Paese della Merkel è ancora al primo posto in stabilità nel rapporto Wef. Ma già nella lotta alla criminalità la Germania si ritrova - al pari dell’Ungheria - al 74° posto.
Ma è la preparazione scolastica degli studenti unita ai due tasti dolenti delle Infrastutture e nel Digitale a far perdere punti alla Germania. Per le connessioni-internet ad esempio la Germania si ritrova al 72° posto nel ranking. "In Germania - riassume Henrik Enderlein, presidente della Hertie School di Berlino - si investe troppo poco in strade e ferrovie, ponti o scuole. Il governo di Berlino non può insistere solo sul sacrosanto pareggio di bilancio, ma investire di più in cultura ed innovazioni". Una scelta più che urgente anche per il resto d’Europa, dato che la crisi del Gigante Germania frena anche la ripresa  in tutta la carovana Ue.
10.11.2019


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