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Così Erdogan cerca di allargare il raggio di influenza
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Il braccio del Sultano
"allunga" il suo potere
GUIDO OLIMPIO


Per chi ha ambizioni internazionali è fondamentale avere un lungo braccio strategico. Che può essere assicurato con un dispositivo militare in grado di assicurare protezione, ma anche con una combinazione di diplomazia-attività coperte-intese economiche.
La Turchia ha provato con entrambe le carte, ottenendo risultati relativi con la prima e più consistenti con la seconda. Nella strategia espansiva di Erdogan l’intelligence, incarnata dal Mit, ha svolto un ruolo chiave.
Non è un mistero quale siano le priorità del Sultano. Ankara ha come prima missione il contrasto dei nemici interni, dunque gli 007 hanno affiancato polizia, gendarmeria ed esercito per neutralizzare i gruppi armati. Innanzitutto i guerriglieri curdi del Pkk, i loro gemelli o cloni dell’Ypg presenti nel nord della Siria, alcune fazioni minori di estrema sinistra, come il Dhkp-C. Da qui un’azione di contro-terrorismo dura, con eliminazioni, raid, in particolare nel sud est.
A questo fronte si sono poi aggiunti i gulenisti, i seguaci del movimento di Fetullah Gulen, da tempo esule negli Usa e accusato di legami con il presunto tentativo di golpe del 2016. Gli apparati di sicurezza hanno condotto una gigantesca purga in ogni angolo dell’amministrazione e nelle forze armate, una lotta senza fine, una repressione spesso indiscriminata.
Seguendo questo filo il Mit ha operato all’estero, con grande vigore. È stato chiamato in causa per l’eliminazione di tre esponenti curdi a Parigi nel 2013, ha infiltrato le comunità turche in Europa, ha accresciuto le sue azioni in Grecia tenendo d’occhio i migranti e gli esuli per individuare possibili link con le organizzazioni presenti in patria.
Insieme allo scudo Ankara ha impiegato la lancia. L’intelligence, complice la guerra civile in Siria, ha manovrato numerose "brigate" di insorti, in particolare nell’enclave di Idlib. I ribelli anti-Assad sono diventati uno strumento prezioso per conquistare spazio. Lo scopo è quello di avere diritto di parola e, nel contempo, disporre di una componente mobile quanto utile anche per altro. La Turchia ha sofferto gravi attentati terroristici da parte dello Stato Islamico, però ha mantenuto relazioni ambigue con frange estreme, sempre nell’intento di disporre di assi di riserva.
I turchi hanno mobilitato un buon numero di miliziani siriani per puntellare il governo di Tripoli, in Libia, risposta all’invio di mercenari da parte di Mosca in favore del generale Haftar, l’uomo forte della Cirenaica, sostenuto da Egitto, Arabia Saudita ed Emirati, ossia concorrenti di Ankara. La campagna libica rappresenta uno dei quadranti dove Erdogan ha messo in atto iniziative muscolari: ha offerto dei droni all’alleato locale, ha schierato molti agenti per garantire flussi di armi e parare colpi. Penetrazione agevolata dalle indecisioni di altri attori, Italia inclusa.
Dal Nord Africa fino alla parte sud orientale del continente, la Turchia ha allargato la zona di influenza aprendo ambasciate, incrementando la cooperazione commerciale, fornendo consiglieri e mezzi militari. L’esempio più evidente in Somalia dove i turchi addestrano i soldati, hanno voce in capitolo. Mogadiscio à un avamposto strategico (porti, economia) e i loro occhi vedono molto. Non è per caso che l’Italia abbia bussato alla loro porta per risolvere il dramma di Silvia Romano.
23.05.2020


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