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L'architetto Eloisa Vacchini e l'urbanistica del futuro
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"Gli ospedali ritornino
nei centri delle città"
ANDREA BERTAGNI


Dovremo recuperare quella calma che abbiamo assaporato durante la quarantena. Bisognerà essere capaci di coniugare la velocità della tecnologia con la lentezza, per avvicinarci a un’architettura più sociale e umana". Eloisa Vacchini, figlia di Livio, dal quale ha preso il testimone, spiega che "la pandemia non ha rimescolato i valori di sempre. Quando torneremo alla normalità, e ci torneremo, perché sarà solo una questione di tempo, torneremo anche a riprogettare spazi pubblici, luoghi di lavoro e di incontro che dovranno privilegiare il contatto diretto".
D’accordo, ma intanto si devono rispettare le distanze sociali.
"Troveremo un compromesso, perché la vita di ognuno di noi è fatta di gente che si tocca, si sfiora. Abbiamo bisogno degli altri. È chiaro, siamo molto spaventati. Stiamo vivendo un periodo di emergenza. Ma abbiamo superato molte epidemie in passato. Penso alla spagnola, alla peste. L’umanità è abituata a superare malattie e tragedie. La nostra vita è anche una lotta per sconfiggere queste malattie. Non credo che il nostro mondo cambierà per sempre".
La quarantena non le è piaciuta per niente?
"Non ho mai smesso di lavorare, ma mi è mancato il contatto diretto. E poi ho pensato molto. Ho riflettuto sull’architettura di oggi, molto diversa da quella che ho imparato io, quando i processi creativi erano più lenti. Si lavorava al tavolo. Non al computer. Il tempo scorreva meno velocemente, si aveva la possibilità di digerire il lavoro".
Oggi non è così?
"Con il Covid e la quarantena c’è stato il rischio di cominciare un modo di fare architettura che si basa molto di più su abbinamenti di elementi standard proposti dal computer. A scapito della creatività. Spero davvero che il nostro mondo prenda questa direzione. Mi auguro che questa corsa alla velocità subisca una battuta d’arresto".
Il suo studio, a cavallo degli Anni 2000, si è occupato di rinnovare e ampliare l’ospedale di Basilea. Come saranno gli ospedali post-Covid?
"Non ho la sfera di cristallo, ma la nostra socialità non potrà sparire. La solitudine va combattuta. Non bisogna far ammalare i pazienti anche di solitudine. Il problema mi sembra più che altro tecnico: bisognerà capire come impedire al virus di circolare attraverso l’aria condizionata. Per il resto, l’architettura degli ospedali è sempre in evoluzione. E sarà così anche in futuro".
Si spieghi meglio.
"I primi ospedali erano uno stanzone unico con i pagliericci per terra e i familiari attorno ai malati. Con la peste si è capito che era meglio stare lontani. Da un locale si è passati a due e via di seguito. Oggi abbiamo le camere individuali. In questo senso è un’evoluzione continua. Una volta si costruivano gli ospedali fuori dalle città, perché si pensava che i pazienti avessero bisogno di quiete. Oggi si è capito che troppa quiete fa male e si è tornati nei centri cittadini. In mezzo alla vita. L’architettura in fondo studia la tecnica e la psicologia umana, cercando di mettere insieme queste due componenti".
E le piazze, come cambieranno?
"Penso che quando usciremo dall’emergenza le persone avranno voglia di tornare a vivere le piazze. In questo periodo abbiamo abbandonato l’incontro fisico. Ma i luoghi di aggregazione restano e resteranno importanti. Ci sarà sempre bisogno di una piazza, magari in futuro sarà una piazzetta, così eviteremo gli assembramenti".
Sembra di capire che l’obiettivo della distanza sociale non le interessi molto. Perché?
"Una vita di quel genere non la vedo proprio possibile. Dovremo trovare il modo di incontrarci ancora e vivere la socialità come una volta. Dovremo essere capaci di riprendere il contatto umano e migliorare nel contempo la nostra qualità di vita. Io spero che tutto ciò avvenga".
C’è chi propone di rendere anche più verdi le città. Cosa ne pensa?
"La mia speranza è che gli architetti paesaggisti abbiano sempre più importanza. Bisognerà coinvolgerli di più. Io lo faccio già oggi. Gli alberi in città aiuteranno tantissimo non solo dal punto di vista emotivo ma anche sul fronte della salute. Molte piante sono in grado di trasformare gli agenti inquinanti in aria pulita. Prendiamo i "boschi verticali". Per certi versi sono interessanti".
Lei è ottimista?
"Sì. Se guardiamo indietro, ci rendiamo conto di aver superato tante tragedie. In realtà ancora oggi in alcune parti del mondo molte persone muoiono di malaria. Siamo spaventati, perché non abbiamo una cura contro il coronavirus. Ma, quando ci sarà una speranza, andremo avanti. Non saranno i parchi con i labirinti che permettono di tenere le distanze a migliorare la nostra vita. Il Covid è un’opportunità per ritrovare se stessi e scoprire un nuovo incontro con gli altri".
abertagni@caffe.ch
(4 - continua)
23.05.2020


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