Cinque adulti e tre bimbi convivono in una fattoria a Gimel
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'La nostra scommessa?
Coltivare il mais andino'
PATRIZIA GUENZI


Una vita diversa. Meno frenetica e più lenta, meno impegnativa e più rilassata, meno condizionata dal denaro e più intimista, meno impaziente e più ragionata. Ci hanno provato Michael Posse, 27 anni, antropologo, Simon Noble, 32 anni, geografo, e tre educatrici sociali, Marie-Fleur Baeriswyl, 34, Karina De Tiberge, 37 e Ana-Karina De Tiberge, 34. Assieme a loro tre bimbi, dai 5 ai 7 anni. Dallo scorso novembre condividono la fattoria del Petit Bochet, a Gimel, nel canton Vaud, e un primo bilancio l’hanno già fatto raccontandosi, a inizio luglio, a Le Matin. Il loro obiettivo? Più di uno e tra questi anche "praticare la decrescita e produrre il mais andino con le tecniche quechuas". Intanto, Marie-Fleur chiede a tutti se pasta fatta in casa, insalata e torta di pere possono andar bene a tutti per la cena. "Non siamo una famiglia, piuttosto siamo dei ‘commensali’, visto che condividiamo i pasti", nota Michael, che in passato ha soggiornato in una comunità quechua sulla cordigliera centrale del Perù, dove ha imparato i trucchi dell’agricoltura.
Tutto è nato da un annuncio  sul web. Simon cercava delle persone per creare una comunità in una vecchia fattoria di famiglia, gente che volesse impegnarsi per l’ambiente, mangiare soltanto prodotti della permacultura e sviluppare progetti sociali. Permacultura? Ci viene in soccorso Michael: "È un sistema di progettazione per insediamenti umani ecosostenibili, fondati sulla centralità e il rispetto dell’agricoltura e su una particolare attenzione al territorio. Una sorta di ecologia applicata, i cui principi di riferimento sono appunto estrapolati dall’osservazione della natura".
Simon, che aveva vissuto qualche mese in una comune nel sud della Francia, si era convinto che per lui era giunto il tempo di passare da una vita individualista ad una comunitaria. "Viviamo in una società annoiata, arrabbiata, sempre in cerca di qualcosa", dice. La stessa ragione che ha spinto Marie-Fleur: "Penso che rinchiudersi in un appartamento è demograficamente e socialmente impensabile", dice.
Durante il giorno gli adulti esercitano la loro professione, la sera si ritrovano. Una volta alla settimana si riuniscono per parlare dell’organizzazione e scambiarsi nuove idee. Pronti a difendere il loro stile di vita etico, evitando gli sprechi. "Questo non significa che vogliamo essere una bolla, una ‘cosa’ al di fuori di tutto - sottolinea Michael, che più che ad una comune in realtà pensava di andarsene da solo in una baita in montagna, in compagnia di qualche capra -. Noi siamo integrati nella società, ed è importante mantenere scambi continui".
Il progetto di Simon, dunque, ha incuriosito i cinque. Michael è stato attratto soprattutto dall’idea di coltivare un terreno. Gli avrebbe permesso di esibire le sue "doti" di agricoltore provetto. In Perù ha imparato diversi trucchi. Rientrato in Svizzera, ha portato con sè quattro specie di mais che oggi tenta di coltivare qui, oltre a mettere in pratica diverse tecniche quechuas, come piantare le patate a lisca di pesce, "perché permette di evitare la formazione di pozze dopo le piogge", spiega, felice, anche, di poter allenare il suo spagnolo con Anna-Karina, originaria del Venezuela, la sua compagna Karina, cilena, e le loro due gemelle. "Anche per i bambini è un’esperienza molto formativa. Hanno cinque adulti di riferimento, cinque modelli educativi a cui ispirarsi. Non può che far loro bene".
Se oggi gli inquilini del Petit Bochet possono permettersi di riposare sotto gli alberi, gli inizi sono stati durissimi. Il terreno non era coltivabile, per anni ci hanno pascolato i cavalli. "Non c’era nulla. Oggi abbiamo piantato di tutto, dai broccoli ai cavoli e poi le patate, il mais, i fagiolini. Inoltre, ogni giorno abbiamo quattro uova assicurate. "Uno dei nostri obiettivi futuri è aprirci agli altri, magari accogliere dei migranti o delle persone in difficoltà".

pguenzi@caffe.ch
12.08.2018


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