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Cortisone sotto accusa
per il tumore al seno
CRISTINA GAVIRAGHI


Fino a oggi tutti gli occhi erano puntati  sugli estrogeni, gli ormoni femminili per eccellenza la cui eccessiva presenza può aumentare il rischio di ammalarsi di cancro al seno. Uno studio condotto da ricercatori del Laboratorio Nazionale Cib di Trieste, però, adesso rivela che gli estrogeni non sono gli unici ormoni ad aumentare le probabilità di sviluppare questo tumore. Sul banco degli imputati sale anche un’altra famiglia molto nota: i glucocorticoidi.
Si tratta di ormoni prodotti dall’organismo coinvolti in diversi processi fisiologici. Sono molto importanti, tanto che loro versioni sintetiche vengono utilizzate in innumerevoli campi della medicina: dalle allergie alle malattie delle ossa (il cortisone è forse il più noto). I ricercatori triestini hanno dimostrato che, stimolando una proteina (Yap), i glucocorticoidi favoriscono la capacità delle cellule tumorali di moltiplicarsi, di resistere alle terapie e di diffondersi ad altri organi. Si apre dunque un nuovo capitolo per l’utilizzo di questi farmaci: "Alla luce dei nostri risultati sarà importante rivalutare l’uso dei glucocorticoidi nell’ambito delle strategie terapeutiche e approfondirne l’azione in contesti tumorali differenti", ha spiegato il coordinatore della ricerca Giannino Del Sal.
Intanto, sempre dall’Italia, arriva uno studio che potrebbe rendere più facile aggirare la capacità del tumore di sfuggire ai trattamenti (farmaco-resistenza). Ricercatori dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano hanno infatti scoperto che, nei tumori al seno positivi ai recettori per gli estrogeni, una parte consistente dei casi di resistenza sono causati dall’eccessiva attività di un singolo gene. "L’individuazione dei meccanismi di resistenza del tumore rappresenta un traguardo fondamentale per vincerla", hanno affermato i coordinatori dello studio.
In sostanza, l’idea è che attraverso test che misurino l’attività del gene sia possibile identificare le pazienti in cui la terapia è destinata a cessare di funzionare e in tal modo indirizzarle immediatamente verso altre cure efficaci.
Entrambi gli studi sono stati pubblicati su riviste del gruppo Nature e realizzati grazie al contributo dell’Associazione italiana per la ricerca sul cancro.
12.02.2017


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