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Bisogna trovare uno sbocco per restare attivi a lungo
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L'età per la pensione
oltre i regolamenti
PATRIZIA GUENZI


A che età è giusto andare in pensione? Rispondere sarà una delle sfide future. Al di là della difficoltà finanziaria di riuscire a garantire rendite eque per tutti i pensionati, la questione va affrontata anche da un altro punto di vista, considerando la funzione che il lavoro ha nella vita delle persone. Oltre a garantire un salario, permette di mantenere un ruolo sociale nella collettività, di beneficiare di contatti, incontri, conoscenze, di avere dei riconoscimenti, delle opportunità di crescita.
Nella realizzazione della nostra attività troviamo diversi motivi della nostra esistenza. E purtroppo il rapporto con gli altri spesso non deriva da ciò che siamo ma da ciò che facciamo. La sfida è dunque quella di trovare uno sbocco che ad un certo punto vada oltre l’impegno lavorativo ma che permetta di restare comunque attivi anche dopo "una certa età".
p.g.


Anche dopo è importante mantenere dei compiti e non scivolare nell’apatia
Fabio conti
Specialista Fmh in neurologia, è stato primario della clinica di riabilitazione Hildebrand di Brissago
Tra i tanti ruoli che assumiamo nella vita, il più lungo è indubbiamente quello lavorativo. Che non è solo una fonte di guadagno per essere economicamente indipendenti ma è soprattutto un modo per restare attivi dentro la società. Oltre che fondamentale dal punto di vista della conservazione delle funzioni fisiche e intellettuali di una persona. Ecco perché ai neo pensionati si consiglia sempre di non sedersi in poltrona ma di fare degli esercizi che permettano loro di mantenere in attività sia il corpo che la mente. Certo, è impensabile parificare l’età della quiescenza di alcune attività fisicamente usuranti con altre che richiedono prevalentemente un impegno intellettuale. Ma anche l’operaio, quando appende la tuta al chiodo, deve comunque continuare ad avere un’interazione stimolante con il mondo, restare attivo, cercare altre soddisfazioni, per non rischiare di scivolare nell’apatia e nella pigrizia come purtroppo capita a molti anziani.
Dire quando è il momento giusto per andare in pensione non è semplice. Non c’è a mio parere un’età uguale proponibile per tutti. Come ho detto, tanto dipende dalla professione. Non sono molte le persone che hanno la fortuna di considerare il lavoro il proprio hobby preferito, di non sentirsi distrutti a ogni fine giornata, di avere la voglia di continuare anche dopo i 65 anni. Sovente per la gran parte dei lavoratori la prospettiva della pensione è un enorme sollievo. Il rischio è però quello di lasciarsi andare, di non avere più stimoli, di pensare di non essere più utili a niente e a nessuno. Sarebbe un grosso errore. Al contrario, bisogna impegnarsi a conservare una buona forma fisica e mentale. Il cervello non è un muscolo. Ma in maniera adeguata può essere allenato ad essere efficiente. Quali scelte per raggiungere lo scopo? Favorire attività che richiedono soluzioni di problemi, accettare nuove sfide, restare curiosi e propositivi. La parola d’ordine è elasticità. Chi se la sente può pure continuare a lavorare anche oltre i 70 anni, perché no? Il trucco, forse, è, quando possibile, quello di restare attivi dove si possono sfruttare le proprie competenze il più a lungo possibile e non avere timore di accettare nuove sfide. Solo così si riuscirà a dare più vita agli anni. Anche a quelli dopo i 65.


Chi ha un ruolo usurante deve essere libero di scegliere quando finire
Domenico De Masi
Sociologo, professore emerito di Sociologia del lavoro alla Sapienza di Roma
È complicato dire quando si invecchia e quando bisogna andare in pensione. Dipende dalla vita che una persona ha condotto. Non tutti diventano vecchi nello stesso momento, anche quelli che hanno fatto lo stesso mestiere invecchiano in modo diverso. La vecchiaia non è uguale per tutti, dunque. È contronatura fissarne una uguale per tutta la popolazione. Non è davvero possibile andare in pensione a un’età che è stata decisa in un’epoca quando le aspettative di vita erano ben diverse da quelle di oggi. Oggi la vita si è allungata. Mentre una volta, quando sono stati messi a punto i primi modelli pensionistici, un sessantenne era già considerato molto vecchio. E alla pensione probabilmente non ci arrivava neanche.
Dal mio punto di vista quindi bisognerebbe cambiare il sistema. Personalmente ritengo che l’età pensionabile andrebbe commisurata all’usura del lavoro che una persona fa e in questo senso dovrebbe essere stilata una sorta di graduatoria dei lavori più faticosi, come possono essere quelli dei minatori e degli operatori degli asili nido, ad esempio. In seconda battuta occorrerebbe lasciare una libera contrattazione per le professioni intellettuali come quella del giornalista: a 75 anni ritengo che un giornalista sia capace di scrivere meglio che a 65. Quindi serve una contrattazione in uscita alla stessa stregua di quella che si firma all’ingresso nel mercato del lavoro.
A questo punto bisogna pensare a dove prendere i soldi? Oggi il finanziamento delle rendite pensionistiche viene calcolato in base al numero di lavoratori e di persone non più attive professionalmente. Ma le prime stanno calando progressivamente, mentre le seconde, ovvereo gli over, stanno aumentando. Così non si arriva da nessuna parte. Un’opzione è dunque quella di andare a prendere la ricchezza laddove si produce. Nel 2018 abbiamo lavorato 40 miliardi di ore. Nel 1991 le ore lavorate sono state 50 miliardi. Ma nel 2018 abbiamo prodotto 670 miliardi in più di ricchezza. Ecco: bisogna prendere questa ricchezza e immetterla nel circuito delle pensioni.
22.12.2019


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