Ulrike Pfreundt, 34 anni, biologa marina del Poli di Zurigo
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"Creo barriere coralline
con la stampante 3D"
ANDREA BERTAGNI


Ulrike Pfreundt ha una missione da compiere. Ce l’ha da quando era bambina. E ora che di anni ne ha 34 è più che mai determinata. Ecco perché, dopo gli studi in biologia genetica e marina in Germania, Ulrike oggi lavora al Politecnico di Zurigo assieme a ingegneri, fisici e matematici. Ulrike vuole salvare gli oceani. Ma soprattutto la barriera corallina. Come? Con la stampante 3 D. "Poiché le barriere coralline sono un  terreno fertile per almeno un quarto di tutte le specie di pesci - spiega al Caffè -, la loro perdita ha un effetto devastante sulla stabilità degli ecosistemi marini". Ma non è solo un problema di pesca. "Milioni di persone in tutto il mondo - prosegue - dipendono direttamente da barriere coralline intatte, che forniscono cibo, reddito e protezione contro le inondazioni e l’erosione costiera".
La missione di Ulrike è dunque chiara. Se le barriere coralline muoiono, bisogna cercare il modo di salvarle. Anche con la tecnologia. "Le larve dei coralli devono trovare un luogo adatto su cui stabilirsi per crescere, ma oggi le barriere coralline esistenti stanno morendo o nella migliore delle ipotesi si ricoprono di alghe, rendendo impossibile la colonizzazione alle nuove larve". Da qui l’idea. Perché non creare strutture artificiali adatte allo scopo?
Ulrike non è l’unica scienziata ad averci pensato. Tra la comunità scientifica, in molti stanno cercando un modo per allevare le larve di corallo in natura. Ma i tentativi stanno per lo più fallendo. "La ragione è che la maggior parte delle barriere artificiali non sono sufficientemente sofisticate - spiega Ulrike -, non offrono abbastanza riparo ai giovani coralli e non interagiscono abbastanza con la corrente per far avvicinare le larve alla superficie". Il piano della giovane scienziata dal Politecnico di Zurigo vuole colmare proprio questa lacuna.
Come? Semplice. Utilizzando la stampa 3D per sviluppare strutture geometricamente idonee, ma anche ecologiche. "Il primo passo è sviluppare superfici con scanalature, fori, sporgenze e bordi nell'intervallo da millimetro a centimetro - prosegue Ulrike -. In seconda battuta bisogna testare le superfici e la loro interazione con i flussi d'acqua che imitano le correnti marine".
Ma non è così semplice. "Se avessi un team più grande, potrei presentare una soluzione molto più velocemente. Le barriere coralline stanno morendo più in fretta di quanto possiamo pensare. È davvero una corsa contro il tempo".
Anche perché il responsabile numero uno è il riscaldamento climatico. "Se non riduciamo drasticamente le nostre emissioni di CO2 - precisa Ulrike - la sopravvivenza a lungo termine delle barriere coralline è a rischio. Tuttavia, mentre riduciamo le nostre emissioni, possiamo aiutarle per superare meglio i loro momenti difficili". Ma non solo. Grazie all’intuizione di Ulrike è possibile farle proprio rinascere. "Dove non esistono più o sono crollate, è possibile aggiungere strutture ‘artificiali’. Fornisce un habitat per altri importanti animali, come i pesci che mangiano le alghe, e soprattutto offre spazio per i giovani coralli".
L’importante è però agire in fretta. Con nuove idee. "Se le scogliere muoiono, è difficile prevedere quale disastroso effetto domino possa avere sugli oceani. Noi umani dipendiamo dall’alta biodiversità: gli scienziati scoprono ad esempio nuovi farmaci nelle barriere coralline o nelle foreste pluviali". Agire, dunque. "In realtà anche con un aumento della temperatura media di 1,5 gradi centigradi, entro il 2050 morirà il 50-90% di tutte le barriere coralline. La metà della più grande barriera corallina del mondo - la Grande barriera corallina - è del resto già morta", conclude con amarezza Ulrike.
abertagni@caffe.ch
26.01.2020


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