Tre architetti a confronto sulle facciate delle abitazioni
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Viola, giallo e fucsia...
è l'anarchia del colore
MAURO SPIGNESI


Viola, giallo, fucsia. O arancione acceso. È una corsa all’originalità. Al colore sgargiante per le facciate delle case. "Perché ognuno vuol farsi il suo piccolo monumento, ma non funziona così. Il territorio è un bene comune e va regolato", spiega l’architetto Britta Buzzi, membro della Commissione cantonale del paesaggio e docente all’Accademia di architettura di Mendrisio. Buzzi si schiera, senza se e senza ma, tra chi chiede una carta dei colori, dalla quale attingere quando si costruisce o si ristruttura una abitazione. Il Cantone sta lavorando per arrivare a un regolamento, a una normativa che vada a colmare un vuoto sul quale si stanno inserendo i singoli Comuni. Come Cadenazzo, forse il paese più colorato del Ticino, dove un consigliere comunale ha chiesto di limitare la scelta cromatica dopo la costruzione di una serie di case con colori carichi, tra fucsia e viola.
"Cattivo gusto? Io sono contro una norma che limiti i colori, trovo che sia un modo per soffocare l’espressione, anche se si evita l’effetto collaterale dei toni accesi", spiega l’architetto Gianluca Lopes,  uno dei progettisti di The View, albergo coloratissimo di Paradiso. "Un tempo - aggiunge Lopes - c’erano i colori. Ed erano rosso, giallo, o azzurro, e si slavavano, attenuandosi, per effetto di pioggia, sole e vento. Oggi c’è l’ocra, il giallino, l’azzurrino. C’è la tendenza a sfumare, a spegnere la luce. No, non mi piace una vita in bianco e nero, non mi piacciono quartieri tutti uguali come a Berlino est prima della caduta del muro". Per Lopes, "il colore dosato bene, accostato con buon gusto, regala carattere a una abitazione o a un palazzo".
Il primo dibattito sui colori delle facciate scattò anni fa quando ai piedi del Ceneri venne realizzata una abitazione dai colori sgargianti, poi spuntò quella lilla a Biasca. "Oggettivamente ci sono colori e facciate che sono un pugno in un occhio", osserva Gianni Biondillo, architetto e scrittore di successo, che ha portato i suoi allievi dell’Accademia di architettura di Mendrisio a vedere da vicino le bellezze e le "brutture" del territorio. "Bisogna dire che in Ticino - spiega Biondillo - convivono abitazioni e strutture pubbliche di grande pregio, segno di una terra di architetti. Ma accanto c’è, se possiamo usare questo termine, tanto ciarpame".
Ci sono cantoni dove una normativa sulle facciate è già in vigore da tempo. Nel canton Berna, ad esempio. Tanto che a Bienne una coppia ha dovuto ridipingere la facciata arancione. "Ma anche a Zurigo, Basilea e Sciaffusa esistono precisi regolamenti - spiega l’architetto Buzzi - per evitare scivoloni nel cattivo gusto. E un registro dei colori non è necessariamente limitante, perché secondo me dovrebbe essere piuttosto articolato e prevedere un’ampia scelta. Nessuno è contro le città e i paesi colorati". Anche il Cantone è consapevole che il problema non può essere rimandato e che sui colori c’è una sensibilità crescente. Oggi, invece, non ci sono indicazioni vincolanti. "Tanto è vero - spiega Lopes - che quando si presenta una domanda di costruzione non si specifica il colore esatto, che all’interno di un discorso di eleganza, buon gusto e sobrietà, va scelto liberamente. E poi chi dovrebbe imporlo? La facciata della propria abitazione è una scelta personale". E dunque nella regola c’è l’eccezione. C’è la parentesi eccentrica. "Il guizzo, la pennellata personale, il tratto che spezza, non sempre è un concetto sbagliato - spiega Biondillo - ma questa operazione va fatta all’interno di un progetto ampio. Un tempo c’erano le commissioni d’ornato, che hanno consentito di conservare i centri storici e le parti antiche delle città e di consegnarcele intatte. Su questo aspetto bisognerebbe riflettere. Senza pregiudizi".

m.sp.
01.10.2017


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