Marchi prestigiosi e il rispetto dei diritti dei lavoratori
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Se orologi e diamanti
"sfruttano i poveri"
FRANZO ZANTONELLI


Quasi 18 milioni di dollari. A tanto, nell’autunno scorso, venne battuto all’asta a New York il Rolex Daytona appartenuto a Paul Newman. Era stato regalato all’attore dalla moglie Joanne Woodward. Quel prezzo stratosferico fu possibile grazie alla combinazione di due miti: quello di una delle star più celebri e affascinanti del cinema hollywoodiano, con uno dei nomi più prestigiosi dell’orologeria svizzera. Ma, come si suol dire, non è tutto oro quello che luccica.
Mentre una biografia uscita da poco, "The Man Behind the Baby Blues", getta un’ombra sul mito di Paul Newman, descrivendolo come un assatanato sessuomane, un’inchiesta di una organizzazione non governativa (ong) insinua il dubbio che Rolex si approvvigionerebbe in Paesi poveri, dove il rispetto dei diritti più elementari dei lavoratori è un optional. L’ong in questione è Human Rights Watch. Ha analizzato la provenienza di oro e diamanti di 13 marchi prestigiosi che insieme totalizzano una cifra d’affari di 28 miliardi di franchi, il 10% del totale a livello internazionale. Come Chopard, Tiffany e Cartier. "Mentre alcuni fabbricanti - scrive l’ong - si danno da fare per identificare e gestire i rischi, in termini di mancato rispetto dei diritti dell’uomo della loro catena di fornitori, altri si fidano senza verificarne le referenze".
I rischi di cui stiamo parlando si traducono nello sfruttamento di lavoratori-bambini, di persone ridotte in schiavitù, nell’espropriazione forzata di terre, oltre che in gravi danni ambientali. Che Rolex si sia resa responsabile di tutto questo non è affatto provato. Anche perché l’azienda elvetica è sempre molto attenta al fatto che il suo marchio non sia associato a comportamenti poco etici.
Human Rights Watch spiega poi che queste importanti società  dovrebbero fare più attenzione e curare "un approvvigionamento responsabile", scrive l’ong. Di Bulgari, Tiffany e Cartier, peraltro, l’ong annota invece le "tappe importanti compiute". Fatto sta che circa un milione di bambini, ancora oggi, sono costretti a lavorare nelle miniere. Piccoli, soffrono di disturbi respiratori, di attacchi di panico, di problemi alla schiena e di altri malanni invalidanti. Una situazione in virtù della quale i fabbricanti di orologi e di gioielli, secondo Juliane Kippenberg, direttrice aggiunta di Human Rights Watch, "dovrebbero prendere maggiori precauzioni, per accertarsi che l’oro e i diamanti che utilizzano nelle produzioni non siano frutto del lavoro minorile".
In realtà, a quanto pare, si tratta di un’operazione complessa, considerata la vasta filiera di soggetti che si interpongono tra il bambino-minatore e il laboratorio dove designers, orafi e orologiai mettono a punto il prodotto che, poi, diventerà un regalo per Natale o San Valentino.
Ciò non toglie che le Nazioni Unite impongano un preciso "dovere di diligenza" alle imprese, per impegnarle a non contribuire alla violazione dei diritti dell’uomo.
04.03.2018


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