Rodero, simbolo dell'insofferenza verso la politica
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Il paese dei frontalieri
non trova un sindaco
MAURO SPIGNESI


Il 25% della popolazione è iscritta nelle liste degli italiani residenti all’estero (Aire). E vive perlopiù in Ticino, pur mantenendo la residenza, e dunque la possibilità di votare. Ma raramente lo fa. Quasi il 50% degli abitanti, poi, sono frontalieri. Così ogni mattina Rodero, a un chilometro dalla frontiera svizzera, praticamente si svuota.
Appena 1.300 abitanti, tanti anziani e in tutto 529 famiglie, da un anno governati da un commissario inviato dal prefetto di Como. E di fare le elezioni, la gente di queste parti non vuole sentir parlare. "E pensare che agli inizi del Novecento qui ci fu un referendum per decidere se accorparci a Stabio e dunque passare alla Svizzera, ma il no vinse per pochi voti - racconta al Caffè Fiorenzo Pastori, per 22 anni in Consiglio comunale e per dieci sindaco -. Oltre il fatto che molti lavorano lontano da qui, nei volti della gente si legge anche tanta stanchezza. Probabilmente soffriamo di una disaffezione dalla politica, un po’ la malattia che attraversa l’Italia. Ma qui, visto che siamo una piccola comunità, questo fenomeno si vive con maggiore tormento". Il 10 giugno erano fissate le nuove elezioni. Ma non si faranno. Il motivo? Non c’è nessuno che vuole candidarsi alla carica di sindaco. L’ultimo è stato Attilio Epistorio, imprenditore che vive a Varese. Ha guidato il comune nella passata legislatura puntando molto sull’aggregazione fra Rodero, Albiolo e Valmorea. Un’aggregazione che avrebbe permesso ai tre paesi di incassare solo dai ristorni dei 900 frontalieri circa 850mila euro e che invece è fallita perché i no hanno prevalso al referendum. "Ci ho messo la faccia, ma molti hanno remato contro il progetto. Eppure avrebbe portato numerosi vantaggi", si è sfogato Epistorio con il Corriere della sera. L’ex sindaco dopo il fallimento della fusione  ha provato a guardare avanti e un anno fa si è nuovamente candidato. La sua è stata una corsa in solitaria, era l’unico. E così è rimasto, dato che la metà dei cittadini non è andata a votare e dunque, mancando il quorum previsto dalla legge, l’elezione non è stata ritenuta valida. "Nei piccoli paesi come il nostro - spiega ancora Fiorenzo Pastori - bisognerebbe fare come in Svizzera: chi va alle urne decide, senza bisogno di fissare un tetto di partecipazione al voto. Altrimenti non si esce più da questa impasse".
Rodero in queste ultime settimane è diventato il simbolo di un malessere che la politica non riesce più a governare, di una frattura tra società reale e istituzioni, di una erosione progressiva di fiducia verso un sistema che si è inceppato e non riesce più a dare risposte ai cittadini. Quasi una resa, un "tiriamo a campare e domani vediamo che fare". Come se, dopo la mancata fusione, si fosse spento l’interruttore della vita civile e della voglia di partecipazione. "Basta che ci sia qualcuno che ci comandi", si ripete in paese.
Anche il parroco, don Alfonso Bernasconi, da 35 anni a Rodero, ha spiegato che oggi non c’è nessuno che vuole occupare la carica di sindaco. Ha provato anche lui, ha organizzato una riunione in parrocchia il 30 aprile scorso. È arrivata parecchia gente, c’era la possibilità di formare una lista, tanti hanno detto che sì, potevano candidarsi in Consiglio comunale. Ma alla fine nessuno ha alzato la mano quando è stato chiesto chi fosse pronto a guidare il Comune. Già, black out.

m.sp.
03.06.2018


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