I consigli di Sri Sri Ravi Shankar, guru della meditazione
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Gioco di pause e silenzi
contro lo stress mentale
ROSELINA SALEMI


Significherà pure qualcosa se l’appuntamento per la masterclass di meditazione si prende nei teatri. Una delle star, il Mick Jagger della meditazione, è Sri Sri Ravi Shankar, fondatore di Art of Living (Ong presente in 153 nazioni) maestro spirituale, candidato al Nobel per pace. Significa che siamo messi maluccio, e le sue tournée non sono sufficienti a dare risposte a tutti.
Con uno dei temi, "Era Digital, dal Detox all’Infinito", entra nel cuore angosciato del nostro tempo: il sovraccarico mentale dovuto a una velocità che non siamo in grado di sostenere. Ravi Shankar ha una soluzione: meditare, de-concentrarsi in modo semplice, rapido, e farlo non nel silenzio davanti al tramonto, ma in metropolitana, in tram, quando siamo assediati dallo stress, con un mantra personale da ripetere mentalmente che influenza il sistema nervoso e "spegne" la nostra attenzione ai rumori del mondo". Uno degli strumenti è il silenzio (vedi sotto). "Essendo così impegnati nella vita quotidiana - dice Ravi Shankar - non abbiamo tempo per vedere quello che siamo. Noi siamo molto di più dei cinque sensi, dobbiamo tornare alla fonte del nostro essere, dietro la mente, dietro le emozioni".
Che il bisogno di detox sia disperato è evidente. ll boom dei corsi di mindfulness, le App di meditazione tra le più scaricate. Headspace, è anche un business: acquisita da 11 milioni di persone, l’anno scorso ha incassato 26 milioni di euro e sta ancora crescendo. Negli Usa, dove la sbornia di Internet è stata massiccia, manuali di Digital Diet come quello di Daniel Sieberg sono bestseller e le App di disconnessione sono molto popolari, anche se l’idea in sè è un po’ folle: usare il device da cui non riusciamo  a disconnetterci per fargli dire di disconnetterci. Il ragionamento di Ravi Shankar attinge a testi antichissimi, vecchi di oltre diecimila anni: mettere il telefono sotto carica è un gesto automatico. Mettere a riposo il cervello e ripulirlo, no. Il sonno non basta più, il consumo di ansiolitici in Occidente aumenta del 6-7% l’anno. Rischiamo il default neuronale. Autorevoli scienziati concordano.
Il tempo è diventato un contenitore da riempire in maniera frenetica di cose fatte, successi, aspirazioni. Tutto ciò che non è concreto è destituito di significato. La full immersion nell’universo digitale è, come nel film di Steven Spielberg "Ready Player One", non a caso ispirato a un videogioco, una fuga dalla riflessione, dal cammino che porta verso l’interno, verso il senso del dolore, verso l’area sconfinata delle emozioni vissute. Dietro il bulldozer della tecnologia c’è il non voler vedere che il nostro spazio interiore è diventato insignificante. Più che con la modernità, l’iperconnessione ha a che fare con la noia, con la spasmodica necessità di stimoli, dopo aver ridotto a banale comunicazione la fatica delle relazioni. Vivere in superficie dà l’illusione dell’onnipotenza. E la "pausa detox" (un giorno senza il cellulare, oddio!) è un rimedio last minute. È la signora che si mette a dieta dopo la prova costume invece di mangiar sano tutto l’anno.
09.12.2018


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