Le pattuglie talvolta violano i codici
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Una registrazione
inguaia agenti violenti
LIBERO D'AGOSTINO


Inevitabile per il procuratore capo, John Noseda, non pensare e ripensare ancora a quella registrazione. Gracchia. Ma le voci e i rumori sono inequivocabili. Nel buio della notte raccolti in quella chiamata registrata dalla centrale della polizia, ci sono indizi pesanti.  Trambusto, risate, minacce. Poi si sentono dei colpi. No, non colpi di arma. Forse pugni, calci... Insomma, in quella registrazione qualcuno sta picchiando qualcun altro. E questo qualcun altro, si scoprirà dopo, sta sanguinando.
Non è ancora una prova, certo, ma un concreto indizio che quella  notte - la notte tra il 21 e il 22 maggio scorso, la Notte bianca di Locarno - un poliziotto della Comunale, come rivelato dal Caffè nella scorsa edizione, non ci andò molto per il sottile con quel profugo, forse ubriaco e un po' violento, che con un suo collega agente aveva caricato in auto. La pattuglia era stata chiamata in Città Vecchia per una rissa e un tentativo di furto. E da lì il profugo fu portato a Ponte Brolla, all'imbocco della Valle Maggia. Perchè si calmasse, perchè al Pretorio non ci sono più celle per fermati. Da anni, ormai.
Quella chiamata, dalla pattuglia alla centrale, è un indizio che il procuratore capo John Noseda, al quale competono le inchieste in cui sono coinvolti dei poliziotti, quella registrazione il magistrato non può proprio dimenticarla. È  la traccia che apre una finestra, una porta fors'anche su quegli inquietanti sospetti che da tempo, forse da sempre, gettano ombre sulla polizia. Sulla Cantonale e sulla Comunale. Ombre sull'agire degli agenti quando, spesso in piena notte, sono chiamati a sedare risse dove la violenza e l'incognita la fanno da padroni. Gente ubriaca, giovani facinorosi, armati spesso di coltelli. E loro, gli agenti, addestrati, almeno così dovrebbe essere, per rispondere alla violenza con determinazione e sicurezza. Ma mai con altrettanta violenza. Ma a volte accade. È accaduto. Forse anche, stando a quel nastro che ora ronza nella testa del procuratore Noseda, la notte tra il 21 e il 22 maggio. Prima a Locarno, poi  a Ponte Brolla. Non un luogo qualsiasi di periferia. Non una località qualunque dove la pattuglia della Comunale decise di portare quel profugo perchè si calmasse. A Ponte Brolla, questo è il sospetto degli inquirenti, la polizia, la Comunale e la Cantonale (perchè quella notte in Città Vecchia intervenne anche una pattuglia della polcantonale che a Ponte Brolla portò un secondo profugo, implicato nella medesima rissa), sarebbero solite recarsi per "sedare" i bollori dei più violenti. E non solo per lasciarli sul bordo della strada. Ma forse anche..., non solo per "dirgliene" quattro. E quella notte qualcuno, una donna, passando da un ristorante dove i due avevano chiesto aiuto  sentì e vide quel profugo sanguinare e lamentarsi. Gli agenti, le due pattuglie se ne erano già andati. Fu chiamata un ambulanza e poi la polizia. E, ironia della sorte, ad accorrere gli stessi agenti di prima. Quelli della Cantonale.
Ponte Brolla, dunque. Inevitabile non pensare a quella registrazione, a quel luogo. Inevitabile per il procuratore capo che al ritorno dalle vacanze risfoglierà le carte dell'inchiesta e forse interrogherà i protagonisti; inevitabile per John Noseda non mettere in relazione il fatto del 21 maggio con quello - e qui inizia un'altra storia - accaduto quasi un mese dopo. La notte tra il 13 e il 14 giugno. Anche allora un profugo, un tunisino, fu portato da un pattuglia della Comunale a Ponte Brolla. Anche allora lamenti e qualche colpo. Quel profugo finì all'ospedale con un braccio rotto. E - così dicono le carte che Noseda girerà e rigirerà fra le mani - uno dei due agenti era lo stesso finito nei guai per i fatti del 21 maggio. Fatti che sino alla metà di giugno ancora non si conoscevano nel dettaglio. E in tutta la loro gravità. Una gravità che - se non dimostrata da indizi corposi oltre quella registrazione - potrebbe ridursi ad un articolo del codice penale. Coazione. Coazione anziché sequestro di persona. Anziché violenza o, come recita il codice, "vie di fatto" e "lesioni". Tutto, se l'inchiesta non riuscirà ad andare a fondo, potrebbe concludersi con un decreto d'accusa capace di evitare un pubblico processo. Ma forse, incapace di affrontare un problema che all'interno della polizia ne corrode l'immagine come una metastasi. I casi riportati nell'articolo  sotto, ben descrivono la delicatezza del fenomeno. Quella registrazione tra le carte sulla scrivania di Noseda, ora ne sintetizza la gravità.
ldagostino@caffe.ch
24.07.2011


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