Il presidente del Lugano parla di calcio, stadio e futuro
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"Conquistare l'Europa
per giocare sul velluto"
STEFANO PIANCA


Dopo la vittoria è volato subito a Mosca. Non per festeggiare a vodka e caviale. Non è il tipo, Angelo Renzetti. L’emozione nasce e si spegne sul campo dove venerdì sera il suo Lugano è uscito battuto, ma vincente. Terzo in campionato vuol dire Europa League e per il presidentissimo il primo grande risultato. "Niente festa. Mi piace l’azione - racconta al Caffè dalla Russia - Mi piace tantissimo rimettermi al lavoro per creare la nuova squadra, interagire coi ragazzi... Questo mi affascina, questo è il mio ‘core business’".
Lei è anche un impresario. Da sempre costruisce edifici. Che differenza c’è, se c’è, con il costruire una squadra?
"In realtà non esiste una grande differenza. Perché, in entrambi i campi, la difficoltà non sta tanto nel costruire, ma nella capacità di realizzare qualcosa su misura proporzionato alle finanze, il campionato in cui si gioca, la città e la storia che una realtà ha alle spalle. Nell’edilizia come nello sport bisogna cucire un vestito che calzi a pennello su quella che è la realtà".
Ha temuto che l’edificio sportivo crollasse sul finale?
"Venerdì sera alla partita ero molto teso. Proprio perché sono abituato ad osservare ciò che accade attorno al club. Sono aspetti che poi contano anche in campo e negli ultimi tempi non ero molto tranquillo per le discussioni attorno al nostro allenatore, che è molto richiesto dalle altre squadre... Queste cose, le girandole dei nomi, portano sempre qualche disagio. E difatti abbiano perso. Eppure bastava un pari e credo che in condizioni normali non ci avrebbero mai battuti".
Per fortuna però il Grasshopper, pareggiando col Sion, vi ha tolto le castagne dal fuoco... Cavallette benedette.
"Nessuno si aspettava che riuscissero a pareggiare all’ultimo minuto. Devo davvero complimentarmi con loro e dobbiamo essere orgogliosi, in Svizzera, di avere ancora questi valori di sportività assoluta. Altrove difficilmente sarebbe successa una cosa del genere".
Umanamente cosa dà più soddisfazione costruire e vendere nei tempi giusti un palazzo di 30 appartamenti, o presiedere una squadra di calcio?
"Sempre il rapporto con gli altri. Sia con chi va ad abitare nelle mie case, sia con chi va a vedere il Lugano allo stadio. Mi piace dimostrare che ci sono e sono sempre pronto ad intervenire. Se necessario".
Qual è il bilancio finanziario del Fc Lugano? Tra spese ed entrate...
"La premessa è che abbiamo faticato molto di più nella categoria inferiore, in B, che in Super League. Quando ci si trova in basso si respira sempre un certo scetticismo. La squadra veniva da un fallimento, con un peso e la responsabilità di una storia alle spalle. Salendo di serie ci si sente più leggeri e anche finanziariamente è più facile. In Super League arrivano gli sponsor, i diritti tv e si è più attrattivi per i giocatori che arrivano da altre squadre. Faccio meno fatica adesso che all’inizio".
D’accordo, ma tra spese ed entrate...
"Siamo partiti in serie B con bilanci dai 3 ai 5 milioni. L’ultimo budget è stato di 7,2 milioni di franchi ed è il più basso della Super League. In futuro con la coppa, le partite in tv, premi e le sponsorizzazioni dovrebbero entrare alla fine altri 3-4 milioni. L’anno prossimo giocheremo sul velluto rispetto ad ora. Ma oggi il nostro orgoglio è quello di essere arrivati al terzo posto con meno soldi di tutti. Solo il calcio permette miracoli come questi".
Restiamo in tema miracoli. Ed è un punto dolente, lo stadio.
"Bisognerà ricorrere alle maniere spicce. Noi vincendo possiamo fare pressione, ma il progetto deve arrivare in mano ai privati per accelerare i tempi. Ora invece c’è timore e la Città tentenna a tirare questo rigore a porta vuota. Da qui l’inerzia".
Con più soldi a disposizione sogna già qualche campione?
"Non sogno mai i giocatori. Sogno di vincere le scommesse, ovvero di scoprire e valorizzare nuovi calciatori. Sognare dei nomi invece alla fine è un dramma perché costano e sono anche a volte viziati. È un campo, questo, nel quale preferisco non addentrarmi".
Lei è un presidente a tutto tondo, capace a volte di prendere gli allenatori di petto, giusto?
"È evidente. Devo avere il controllo dell’intero tavolo, non posso guardare solo al piatto o alla forchetta".
Quanti allenatori ha avuto e quale la pagella per Zeman?
"Non li ho contati. Penso 6 o 7. A Zeman darei un 5, perché come allenatore non si discute. Si è però calato, a 70 anni, in una realtà che non conosceva con una squadra che veniva dalla B. Con una mentalità sua, molto lontana dalla nostra. Tante difficoltà, insomma, ma abbiamo disputato una finale di Coppa svizzera e c’è stata la scoperta di Alioski come attaccante".
E un voto all’attuale allenatore Paolo Tramezzani?
"Si merita un sei. Si è calato in una realtà solida. Ci ha messo un grande entusiasmo, ha legato con la squadra e ha realizzato un miracolo sportivo. Sono scettico se sia uomo di progetti su lunga durata".
Scelga uno slogan o un inno per la prossima stagione..
"Meglio di no, amo le canzoni sentimentali...".

spianca@caffe.ch
04.06.2017


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