Molti Paesi alle prese con lo spettro indipendentista
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Il secessionismo
scuote l'Europa
LUIGI BONANATE


È da almeno cinque secoli che la vicenda territoriale dell’Europa si svolge secondo il ritmo di un respiro: la sua composizione per Stati sovrani si espande e poi si riduce, alza confini e poi li abbatte, si lacera e si combatte per poi riappacificarsi e consolidarsi. La storia dello sviluppo della statualità è legata a una infinità di condizioni materiali: ricchezze, naturali e produttive; condizioni climatiche e agricole; bellezze storico-artistiche e siti naturalistici... che naturalmente nei secoli hanno visto addensarsi qua e là popolazioni alla ricerca di migliori condizioni di vita, condotta sulla punta della spada. Ed ecco affiorare la parola magica (e tragica) che detta il respiro dell’Europa: guerre di conquista e guerre di liberazione.
Tendenze storiche che hanno segnato la storia europea: la prima grande richiesta di autonomia e quindi di secessione e indipendenza è quella della Repubblica delle Province Unite (gli attuali Paesi Bassi) alla fine del XVI secolo mostrandoci quanto lunga sia la storia di quell’ansia autonomistica che normalmente è l’anticamera dell’indipendenza; la più recente è quella catalana, dove una brillantissima Barcellona scalpita da anni per tenersi i frutti dei suoi successi... e dire che il grande progetto dell’unificazione spagnola era nato all’inizio del sedicesimo secolo, e ora rischia di spezzarsi, in una contesa giuridica con Madrid che non può giovare a nessuno. Potrebbe una Catalogna indipendente essere ammessa nell’Unione europea? Ne uscirebbe la Spagna? Potremmo avere due Spagne come una volta c’erano due Germanie? In mezzo, una quantità di altre prove: frammentazioni e ricomposizioni. Quanti dolori causò la spaccatura in due dell’Irlanda, dapprima, e poi la tentata secessione di quella del Nord dal Regno Unito?
Dopo la seconda guerra mondiale l’autonomismo siciliano cercò addirittura di diventare parte degli Stati Uniti; la Corsica, sulla base di una lunga tradizione ribellistica, rilancia dalla fine degli anni ‘60 del secolo scorso la sua indipendenza, a suon di attentati e di omicidi politici. A fronte di due Germanie, invece, che volevano riunificarsi, abbiamo avuto la rinascita di un separatismo vero e proprio tra fiamminghi e valloni in un Belgio mai del tutto pacificato ma sede dello spirito unionistico! Incominciano a sorgere allora spaccature che trasportano l’orgoglio localistico al livello economico. Ancora in Italia,  la Lega Nord (dagli ‘90) vuole separarsi perché lo stato centrale ("Roma ladrona") sa soltanto sprecare le risorse che un Nord saggio e operoso è obbligato a inviargli. Anche la Sardegna "soffre" di un separatismo anarcoide e bombarolo ma minoritario. Ma ci sono anche casi di "riaggiustamento": cechi e slovacchi erano stati associati dai trattati di pace alla fine della Grande guerra, ma privi di una tradizione comune, con la caduta del Muro di Berlino, hanno potuto riacquistare la loro identità.
Non dimenticheremo certo che la più triste e violenta pagina del secessionismo europeo è stata scritta, sempre negli anni ‘90, dalla guerra che ha portato alla dissoluzione della Jugoslavia e alla formazione di ben 7 nuovi Stati. Per gli europei altre nubi si stanno addensando: la Brexit è la richiesta di una separazione economica destinata a creare più difficoltà che benefici, dall’una e dell’altra parte di questa nuova frontiera.
E restano oscure le ragioni profonde di questi sommovimenti: non è spiegabile che il luogo di nascita, la bandiera o la terra prevalgano sull’idea di bene collettivo, sulla socialità, sulla pace. Il vantaggio di alcuni si trasforma nello svantaggio per altri. Il sogno federalistico era di dare autonomia a tutti, ma unificando le decisioni politiche: il cammino dell’integrazione europea sembrava aver superato il punto di non-ritorno, e anzi ha visto crescere il numero dei membri. Ma proprio ora che sembrava aver acquistato una soggettività politica rasserenatrice e pacifica l’Unione europea ha perduto slancio e rischia di frantumarsi. Brutto segno.

l.b.
10.09.2017


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