Pro Tell contesta l'utilità del registro nazionale di polizia
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"Più armi irregolari
di quelle registrate"
MAURO SPIGNESI


Vanno e vengono, spariscono e ricompaiono, vengono vendute e vengono rubate. Finiscono negli armadi o nelle teche dei negozi, frequentemente al mercato nero e poi rispuntano nelle indagini per omicidi. Come è accaduto nel delitto di Ascona, dove un macedone ha ucciso la moglie con una nove millimetri procurata chissà dove, visto che lui non poteva detenerla legalmente. E questo perché ai cittadini balcanici, e non da oggi, in tutta la Confederazione è vietata la vendita di pistole. "Evidentemente in circolazione ci sono più armi di quanto si pensi, sicuramente molte, molte di più rispetto a quelle denunciate. Ma i registri, compreso quello unico nazionale, non servono per fare prevenzione. Semmai creano solo una falsa sicurezza", spiega Luca Cettuzzi, medico a Zurigo, della direzione nazionale di Pro Tell, l’associazione per il diritto alle armi. "Nei registri - aggiunge - si trovano solo pistole e fucili di chi rispetta la legge. Non si troveranno mai le armi di chi intende compiere un reato. Però tutto questo finisce per dare un potere enorme agli Stati, un potere di controllo sui cittadini. Diciamo la verità una volta per tutti: chi fa una rapina o chi vuole uccidere si procura un’arma al mercato clandestino, con una matricola abrasa che non si troverà mai nei registri".
Proprio secondo stime di ProTell nella Confederazione ce ne sarebbero in circolazione oltre 2 milioni, compresi pistole e fucili per sport e anche i pezzi da collezione. Ufficialmente invece sono 875mila le armi private registrate nei diversi cantoni e immesse nel grande "data base" che si sta mettendo a punto a Berna. Si tratta del famoso registro nazionale di cui si è parlato più volte e che sia Marcello Aebi, sia Martin Killias, entrambi criminologi, avevano sollecitato proprio sul Caffè, spiegando che questo è uno strumento importante per la prevenzione.
Fucili e pistole registrati appartengono a 279mila abitanti, come ha spiegato il responsabile dell’armonizzazione del programma di informatica all’Ats, Markus Röösli. Ma a questa cifra mancano all’appello le armi militari, mancano all’appello quelle acquistate o che hanno cambiato proprietario prima del 2008, l’anno in cui sono state registrate tutte le acquisizioni. L’aspetto positivo è che dall’ottobre scorso, quindi da circa un anno, esiste appunto un registro nazionale e la polizia può consultarlo agevolmente. "Sapere dove sono e chi possiede le armi a livello nazionale non mi pare un vantaggio. Noi in Svizzera - aggiunge Cettuzzi - abbiamo una lunga tradizione e una cultura del rispetto. Avere una pistola o un fucile in casa è normale. Tanto è vero che se si guardano i fatti di cronaca si vedrà che di svizzeri coinvolti, a partire dal delitto di Ascona, ce ne sono pochi. Eppure sta crescendo un clima illiberale dei confronti chi possiede un’arma".
In Ticino c’è in media un’arma ogni 7 abitanti. Ed è stata superata la quota di 50 mila. Ma è la progressione che è costante: nel 2015 sono stati rilasciati 1.351 permessi, l’anno scorso c’è stato un incremento di domande del più 2,4 per cento e si arrivati a 1.383 permessi.
Secondo il portavoce ticinese di Pro Tell, Marc Heim, la crescita del numero di armi è dovuta, come ha avuto modo di dire al Caffè, a un senso di insicurezza diffuso che sta contagiando tutti gli strati della società. "Anche molte donne si sono armate e frequentano gli stand di tiro", ha spiegato Heim che peraltro è anche armaiolo.
Il pericolo è che poi pistole e fucili vengano usate in maniera non corretta. "Faccio un esempio - conclude Luca Cettuzzi - a Chicago, dove c’è un quarto della popolazione svizzera, c’è una legge rigidissima sulle armi. Quasi impossibile avere una pistola. Ebbene dall’inizio dell’anno ci sono stati 458 morti e 2.209 feriti da armi".

mspignesi@caffe.ch
24.09.2017


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