A Bellinzona niente irregolarità ma le "denunce" proseguono
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È ancora emergenza
per i maltrattamenti
PATRIZIA GUENZI


Un’inchiesta che si chiude, ma un fenomeno che resta preoccupante. In settimana il Municipio di Bellinzona ha annunciato l’esito dei suoi accertamenti tra i dipendenti della residenza Pedemonte. Un’indagine che, dopo l’articolo del Caffè in cui un gruppo di impiegati denunciava il comportamento di una caporeparto, non ha evidenziato anomalie. Anche se gli stessi dipendenti hanno ancora ribadito al giornale quanto segnalato negli scorsi mesi. La ragione? La paura di raccontare, dicono le persone che lavorano nella struttura, il timore di perdere l’impiego.
Non per nulla, come si leggeva ieri, sabato, sul Corriere del Ticino - che parlava di una trentina di segnalazioni l’anno nel cantone di maltrattamenti tra case anziani e cure a domicilio - a portare alla luce situazioni dubbie sono di solito parenti e praticanti. Resta l’emergenza, dunque, resta la difficoltà di prevenire. E restano le denunce talvolta anonime, talvolta no (come nel caso della lettera ricevuta per conoscenza che pubblichiamo qui sotto; il riferimento non è alla casa Pedemonte di Bellinzona, ma alla casa "Mesolcina").


Lettera al Municipio
Vi ho raccontato cosa accadeva a mia madre, ma nessuno...

Lodevole Municipio di Bellinzona, sono contenta di aver appreso che, dagli accertamenti da voi voluti in merito ai presunti maltrattamenti in casa per anziani (ndr. Pedemonte), non siano emersi casi gravi. Mi permetto per contro esprimervi il mio rammarico per le affermazioni che tutto funzioni perfettamente. In casa anziani lavorano anche persone fantastiche che trasmettono all’ospite quel calore umano che, a volte, non esiste più neanche in famiglia e per loro ho deciso di non accettare un verdetto di assoluzione totale. Tra i curanti, c’è anche chi, purtroppo, non dimostra di avere la sensibilità necessaria a svolgere compiti impegnativi come l’assistenza a persone debilitate. Naturalmente lo stress e la stanchezza provocano situazioni di disagio sia a chi lavora sia agli ospiti ma questo non può scusare tutto.
Per tornare a ciò che accadeva in casa anziani  (ndr. qui il riferimento è alla casa "Mesolcina") potrei portare parecchi esempi, quali campanelli di allarme che segnalavano una situazione di disagio. Per concretizzare citerò solo quello che ritengo più significativo: per alcuni giorni, senza che io mi accorgessi di niente, malgrado le visite quotidiane, è stata utilizzata per mia madre una protesi rotta (4 denti!). Non si tratta, a mio modo di vedere, solo di negligenza,  bensì di mancanza di rispetto verso una persona inerme. Approfittare del suo stato per sfuggire alle proprie responsabilità, continuando a metterle una dentiera rotta che, detto per inciso, avrebbe anche potuto ferirla, non mi sembra per niente professionale né, tanto meno, etico. Mentre al piano si faceva orecchio da mercante la direzione ha prontamente pagato la fattura ma questo, evidentemente, non era il problema che mi stava più a cuore. Ho sempre cercato il dialogo, scontrandomi con un muro invalicabile, e questo non mi consentiva di avere un rapporto di fiducia con chi avrebbe dovuto garantirmi la comunicazione. Per altri aspetti non troppo edificanti avevo trasmesso, a suo tempo, la copia del formulario Supsi (che non ho spedito proprio perché ritengo che i problemi non vanno ingigantiti ma, nel limite del possibile, vanno affrontati all’interno per cercare di stabilire una collaborazione tra le parti alfine di trovare soluzioni costruttive) direttamente al direttore, signor Lüthi, non ottenendo alcun riscontro.
Alla luce di quanto esposto non posso perciò accettare che si continui ad affermare che tutto funzioni e funzionasse al meglio in casa anziani e, forse, sarebbe meglio pensarci prima che accada ciò che non dovrebbe.

Nadia Solari, Bellinzona
24.09.2017


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