Cambiano i percorsi dei migranti dall'Africa all'Europa
Nuovi porti di partenza
dopo i blocchi libici
MAURO SPIGNESI


Cambio di rotta. E anche di mezzo. Perché dopo la stretta in Libia, stanno progressivamente cambiando i porti di partenza dei gruppi di profughi diretti in Europa che non attraversano più il mare in gommone ma su vecchie, sgangherate barche di legno. Per avere una visione complessiva, per rendersi conto di come sta mutando lo scenario del Mediterraneo, basta dare uno sguardo al sito dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr). Oggi i flussi hanno origine in Tunisia e Algeria e il capolinea sono oltre la Sicilia anche la Sardegna, che ha registrato un notevole numero di arrivi (oltre 800 fra luglio e agosto e 300 tra martedì e mercoledì scorso), con sbarchi perfino nelle spiagge. Poi c’è il Marocco che sta funzionando come punto di partenza per la Spagna. Infine dalla Siria e dal Medio Oriente ora i profughi fanno tappa in Grecia per poi proseguire verso il capolinea che spesso è la Germania o il Belgio. Anche le immagini sono cambiate, insieme alle rotte. Niente più gommoni carichi all’inverosimile ma barchette da 20 massimo 30 persone. Secondo la polizia italiana con il cambio di scenario e il blocco con i controlli nelle coste libiche e nei porti di partenza sono tornati in gioco i vecchi scafisti, quelli che per anni hanno perduto fette consistenti di business. Ad esempio una elle rotte che sono tornate d’attualità è quella dell’enclave spagnola di Ceuta, in Marocco. Qui - come hanno riportato giornali e telegiornali - molti migranti a più riprese hanno sfondato reti e muri per oltrepassare il confine.
Ma è soprattutto in Tunisia, Marocco e Algeria, che gli scafisti hanno visto crescere le richieste e i viaggi. La polizia di ragusa a metà settembre è riuscita ad arrestate cinque tunisini che hanno una età tra i 38 e i 27 anni. Per loro l’accusa è favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Sono stati incastrati da un filmato contenuto nel telefonino di una donna che avevano trasportato. Perché poi quasi nessuno dei profughi che pagano il viaggio parla davanti alla polizia. Per paura e perché spesso gli stessi scafisti seguono famiglie e giovani sino al Paese di destinazione. A tunisini, algerini e marocchini si è aggiunta, come supporto sulle coste, la criminalità organizzata italiana.
Ma nonostante i controlli, anche nei porti libici l’attività prosegue. Non come un tempo, ma c’è. Tanto è vero che settimana scorsa proprio l’Unhcr ha scritto che "la Libia rimane una delle situazioni migratorie miste più complesse del mondo". Qui  i migranti vengono accompagnati attraverso "percorsi pericolosi, sopravvivendo ad attraversamenti pericolosi del deserto e abusi che includono violenza sessuale, tortura, detenzione in condizioni disumane e rapimenti per il riscatto. Tutto questo prima ancora di imbarcarsi sull’incrocio mortale del Mediterraneo centrale, dove il rischio di morire è uno su 39".
A questa settimana le vittime registrate sempre da Unhcr erano 2.681.
01.10.2017


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