Crescono le "zone 30" ma non sempre sono necessarie
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Isole slow per i centri
ci salvano dal caos
MAURO SPIGNESI


Non c’è città, non c’è paese, non c’è quartiere, che ormai non ne abbia almeno una. E chi viaggia spesso se ne rende conto. Anche perché poi oltre il 38 per cento della popolazione, come ha stabilito uno studio dell’Ufficio prevenzione infortuni (Upi), vive in una zona dove il limite di velocità è 30 all’ora. "Ma non solo, perché in queste "isole slow" che si basano sul concetto di spazio urbano condiviso, sostenibile e fruibile da tutti, ci sono anche altri vantaggi, come ad esempio le precedenze ai ciclisti e ai pedoni", spiega Bruno Storni, ingegnere e vicepresidente nazionale dell’Associazione traffico e ambiente. "Io credo - aggiunge - che queste aree siano servite negli anni per riequilibrare le distorsioni prodotte da una urbanizzazione intensa e dunque hanno dato un grande impulso alla qualità della vita".
Introdotte nel 1989, monitorate, oggi le zone 30 si trovano nella metà dei centri cittadini, nel 39 per cento degli agglomerati e nel 24 dei paesi di campagna. Realtà come Lugano, Chiasso, Bellinzona e Locarno ne contano ormai parecchie, alcune "ereditate" durante le aggregazioni. Soprattutto Bellinzona ha puntato molto sulle zone 30 approvando mesi fa un piano da 300mila franchi che ne prevedeva addirittura cinque in quartieri residenziali come San Giovanni, Pedemonte, Carasso, Vela e Galbisio.  
"I vantaggi sono innegabili. Ed è giusto creare le zone a 30 all’ora dove effettivamente è necessario", spiega Renato Gazzola, portavoce del Touring club svizzero. "Il problema - avverte sempre Gazzola - è che c’è stato nel tempo un forte insediamento  di queste aree, una autentica inflazione". Una inflazione che ha fatto nascere più di un dubbio. "Io parlerei di dubbi, dubbi che si seguano effettivamente e sempre nel corso del tempo le procedure. Perché - spiega ancora Renato Gazzola - prima di creare una zona 30 è necessaria una perizia e dopo che è stata realizzata servono verifiche periodiche per capire se effettivamente gli obiettivi che ci si era posti sono stati raggiunti. Cosa che raramente viene fatta".
Secondo Bruno Storni, invece, "ci sono criteri ben definiti messi a punto dal Cantone per introdurre le zone a 30 all’ora. E poi i miglioramenti si notano subito. Lo nota il cittadino che vive in quelle strade, lo nota il bambino che attraversa la strada, il ciclista che ci passa, lo stesso residente. Tutti avvertono un senso di sicurezza, una percezione diffusa di maggior tranquillità". Quando si è chiesto alla popolazione cosa si pensasse di questa sorta di "aree protette" della circolazione il giudizio, complessivamente, è stato sempre positivo. Sempre l’Ufficio prevenzione infortuni tre anni fa aveva commissionato un sondaggio. Ed era emerso che praticamente la metà degli svizzeri erano a favore di questi strumenti per governare il traffico e migliorare la qualità della vita. Era stato tuttavia messo in evidenza come negli assi principali del traffico la velocità non dovesse scendere sotto i 50 chilometri all’ora. "Le zone trenta - spiega Storni - vanno bene nelle strade residenziali, non in quelle di lunga percorrenza. Anche perché il limite di velocità è un modo per sottrarre traffico parassitario. O per evitare che i soliti automobilisti impazienti e furbi quando c’è una fila nelle cantonali entrino nei paesi o nei quartieri popolosi a caccia di una scorciatoia".
Tragitti casa-scuola più sicuri, meno incidenti, meno inquinamento, sia nell’aria che sul fronte dei rumori, la zona 30 ha indubbiamente i suoi vantaggi. E questo lo riconoscono tutti. Eppure, sempre dallo studio promosso dall’Upi, era comunque emerso che molti automobilisti le consideravano una perdita di tempo e il limite di velocità veniva visto come un modo per rallentare il flusso di traffico.
Resta il fatto che in 28 anni, da quando cioè sono nate, le zone a 30 all’ora, insieme a quelle d’incontro, cioè a 20 all’ora e dove i pedoni hanno la precedenza, si sono moltiplicate. "Un tempo - ricorda Bruno Storni - nei comuni quando qualcuno chiedeva di introdurre queste zone nei propri paesi o nelle proprie città veniva guardato con un certo sospetto. Perché non si capiva la bontà della proposta. Poi, piano piano, soprattutto nei grandi agglomerati urbani sono iniziate a nascere queste aree e la gente è apparsa entusiasta. Da lì è cominciata una spinta che ha contagiato un po’ tutti in tutti i cantoni".
"Però - avverte Renato Gazzola - qualche dubbio resta. Soprattutto in città, quando cambiano i piani del traffico e  l’automobilista si ritrova a dover imboccare strade a senso unico e a 30 all’ora e per spostarsi da un isolato all’alto se c’è coda ci mette una eternità. Peraltro inquinando".

m.sp.
01.10.2017


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