Il racconto al Caffè della moglie del profugo ucciso
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'Chiediamo giustizia,
lui non era un violento'
PATRIZIA GUENZI


F  atti del genere non devono più accadere". L’ha ripetuto più volte, durante il rito funebre e poi dal palco del crematorio di Bellinzona, il sacerdote che venerdì scorso ha celebrato il funerale di Karan, il 38enne profugo tamil morto nella notte tra il 6 e il 7 ottobre a Brissago. Mentre la moglie Vijitha, 36 anni, le figlie Tharsikaa, 20, e Tharsini, 16, e il fratello della vittima, Mathanakumar, 32 anni, affaticati da oltre dodici ore di viaggio e distrutti dal dolore, piangono il loro caro. Ogni tanto alzano lo sguardo e implorano "chiediamo verità e giustizia, Karan non era violento, cosa è successo davvero?". Attorno una piccola folla di tamil, composta e dignitosa, che subito dopo la tragedia è stata avvertita con un silenzioso tam tam che ha raggiunto l’intera comunità che vive in Svizzera. Nessuna presenza delle autorità ticinesi, Polizia, Cantone o Municipio di Brissago. Nessuno. Un vuoto che ha pesato. "Non cambiava nulla, certo, Karan ormai è morto, ma la famiglia si sarebbe sentita meno sola, meno abbandonata a se stessa", commentano alcuni dei presenti.
Vijitha, il fratello e le due figlie, inizialmente avrebbero dovuto fermarsi per dieci giorni in Ticino. Poi, non si sa per quale ragione e per volontà di chi, fatto sta che il visto di permanenza da dieci si è ridotto a quattro giorni. Martedì 24 ottobre dovranno dunque ripartire con le ceneri del loro caro. Ceneri che sperano di fare in tempo ad avere, visto che il corpo sarà cremato domani, lunedì.
Nella saletta del crematorio allestita per il rito funebre, ciotole di fiori per terra, riso, sterco di mucca (animale sacro per gli induisti) essicato e bruciato che alla fine diventa una sorta di farina bianca, quella che il fratello di Karan si è spalmato sul corpo. E poi tanta frutta e foglie di banano, simbolo della vita. Si prega e si canta. Si piange e si urla. Vijitha grida forte tutta la sua disperazione, e con lei le due figlie. Tre esili figure, incredule. "Papà era buono, regolarmente ci mandava dei soldi, ora non so come faremo senza il suo aiuto", dice una delle figlie con la voce rotta. E un ragazzo osserva: "Non si può scappare da un lurido campo di sfollati di Mullaittivu, nella provincia nord dello Sri Lanka, lì Karan era stato rinchiuso dopo la guerra, venire qui per cercare di rifarsi una vita con la speranza di portare anche la moglie e le figlie e morire così. Pensare che la Svizzera per noi è un sogno". Un sogno che purtroppo si è infranto sotto i colpi di una rivoltella. "Per una stupidaggine - replica un altro dei presenti -. Stavano discutendo, Karan era alterato, sembra avesse preso il brutto vizio di bere, e poi la situazione è precipitata. Uno dei suoi compagni ha chiamato la polizia... ma oggi non lo farebbe più".
Moglie e figlie, strette al feretro, sono stremate, la vedova si accascia su una sedia. Nella saletta, petali di fiori e succhi di frutta vanno dalle mani dei familiari al viso del defunto, mentre altre mani gli accarezzano i capelli, il volto e il corpo. Un corpo, quello di Karan, che per quattordici lunghi giorni è stato sballottato qua e là, dal luogo della morte all’ospedale Italiano di Lugano, dal Patologico di Locarno per l’autopsia al crematorio. Karan è stato tagliato, sezionato, ogni suo organo esaminato. Ma la sua anima è rimasta intatta. Ora è libera e illimitata. Nell’induismo la morte tocca solo il corpo fisico (che viene bruciato), l’anima può rinascere anche sette volte. "Sono grata a quello che la Svizzera stava offrendo a Karan, ma in ginocchio chiedo solo di sapere", mormora con un filo di voce la vedova poco prima che sulla bara scenda il coperchio. La figlia più piccola si sente male e viene portata all’ospedale.
Nella sala grande, vicino al crematorio, dal palco ancora un breve rito religioso. L’ultimo saluto al corpo di Karan. Straziante l’urlo della moglie Vijitha, mentre il feretro scompare dietro una grata dove domani, lunedì, sarà cremato.

pguenzi@caffe.ch
22.10.2017


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