Ricostruiti gli attimi precedenti la morte del profugo
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"Polizia, giù il coltello!"
e subito dopo tre colpi


Solo 28 anni. Solo da 5 in polizia. Ma una formazione, racconta chi ha visto il suo breve curriculum, sufficientemente adeguata per far fronte a situazioni di pericolo come quella in cui si è trovato a Brissago nella notte tra il 6 e il 7 ottobre. Un breve curriculum con una solida seppur breve esperienza come guardia del corpo, se così si può dire, cioè agente al seguito di personalità. Teoricamente addestrato ad ogni evenienza, ad ogni tecnica per la difesa delle persone che a lui erano affidate.
Ma torniamo a quella notte. Saranno state le due. Torniamo a quella situazione inaspettata che il giovane poliziotto si è trovato ad affrontare. Tragicamente. Sparando tre colpi e uccidendo un migrante. Ora è sotto inchiesta penale.
Un tamil, un profugo srilankese di 38 anni, forse ubriaco, stava per accoltellare due suoi connazionali. Per futili motivi. Banali, come vedremo. E li stava per accoltellare proprio lì, sull’angusto pianerottolo dove si apre la porta del monolocale in cui era alloggiato. Al primo piano di un vecchio palazzotto vicino al Municipio di Brissago. Al secondo e al pianterreno stavano altri connazionali, tra cui i due con i quali aveva poco prima litigato. Gli stessi che, spaventati, avevano chiamato al telefono la polizia dalla piazzetta del paese. Avevano parlato in inglese e non si erano capiti bene. Ma alla centrale tanto era bastato per intuire che non si trattava di una banalità. I due erano agitati, spaventati, sebbene all’origine ci fosse un diverbio nato per... cose futili. Pare - pare, perché le traduzioni dal cingalese all’italiano si sono dimostrate da subito complesse -, pare che al centro del litigio ci fosse una cena, una cena a cui l’aggressore non sarebbe stato invitato. Sebbene in un primo tempo i due avrebbero raccontato alla polizia che il diverbio era nato attorno ad alcune scelte educative per i figli. Scuola pubblica o privata.
Dalle parole i tre devono essere passati alle urla. Ed è così che di lì a poco è arrivata una pattuglia della "cantonale" e subito dopo una seconda. Gli agenti hanno trovato i due tamil in attesa nella piazzetta e li hanno accompagnati all’ingresso del palazzotto dove alloggiavano.
A coordinare il tutto era proprio il giovane agente. Aperto il portoncino che dà sulla corte di un vicolo, il poliziotto ha dapprima fatto salire le scale in legno ai due tamil. Lui li seguiva distante qualche scalino. Gli altri agenti erano all’ingresso, come aveva ordinato loro il giovane poliziotto. Fra le domande dell’inchiesta: perché a capofila non era il poliziotto?
Uno, due, sei, sette gradini... L’agente è quasi in cima alla scala, mancano tre gradini per arrivare al pianerottolo. È un corridoio largo nemmeno due metri. Davanti a lui i due tamil che ormai sono arrivati sul pianerottolo e stanno per andare verso il monolocale - praticamente nella direzione opposta alla rampa di scale - dove alloggiava il connazionale.
Il pianerottolo è un corridoio lungo tre metri e mezzo, quattro al massimo. È in quel momento, in quell’istante, proprio quando il giovane agente stava poggiando il piede sull’ottavo scalino, l’ottavo di dieci, e prima di girarsi leggermente verso sinistra per imboccare il corridoio..., è in questo istante - quando l’agente ha alla sua sinistra la ringhiera del pianerottolo - che si spalanca la porta in fondo al corridoio. Esce come una furia, così sembrerebbe dalle testimonianze, il tamil con il quale i due avevano litigato. Stringe fra le mani due coltelli. Fa un passo verso i connazionali che indietreggiano impauriti spingendosi con le spalle al muro.
"Alt, polizia. Getta il coltello", urla il giovane agente mentre mette mano alla pistola. Il tamil, in evidente stato di alterazione (forse era ubriaco), fa un altro passo avanti. E siamo ormai a due  metri o poco più dalla parete dove stavano "schiacciati" i due tamil.
Trascorre un secondo, forse tre da quando si era aperta la porta. L’agente per la seconda volta intima l’alt. Ormai ha la pistola fra le mani e si è voltato in direzione del corridoio. È ancora sull’ottavo scalino. La ringhiera, alta una settantina di centimetri, è alla sua sinistra. L’agente si gira verso l’uomo che brandisce i coltelli.
Niente da fare. Il tamil non si ferma. Il giovane poliziotto alza l’arma oltre la ringhiera. Spara due colpi in rapida successione. Colpisce al rene destro il migrante. L’uomo ha un leggero cedimento. Ma non va a terra ed è a questo punto che il poliziotto spara il terzo colpo. Colpisce in pieno torace il tamil.
Qual è stata la  pallottola mortale? Quelle al rene? O la terza? Avrebbe potuto fare altrimenti l’agente per preservare in quei pochi secondi la vita dei due migranti? È a questi interrogativi che l’inchiesta cooordinata dal procuratore Moreno Capella sta cercando di rispondere.
22.10.2017


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