Contestato il regime duro della carcerazione preventiva
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"Alla Farera si vive
murati in una cella"
MAURO SPIGNESI


La Farera è il carcere degli innocenti, perché sino a prova contraria non c’è alcun detenuto colpevole. Sono tutti in attesa di giudizio. Eppure le persone vengono tenute in isolamento per 23 ore al giorno. E c’è poi qualcuno che dice basta". L’avvocato Tuto Rossi cinque giorni prima del suicidio di un detenuto di 67 anni nel carcere giudiziario di Lugano, aveva scritto al giudice una lettera lamentando proprio la situazione della Farera, ma per un altro caso, un suo cliente lì rinchiuso da sei mesi  in attesa del processo. "Io - spiega - non contesto la carcerazione preventiva, se si ha paura che uno fugga, inquini le prove o reiteri il reato, è giusto che stia in cella. Quello che contesto è l’isolamento duro, è un modo di murare viva la gente per mesi, visto che l’unica ora d’aria è in una gabbia di cemento armato. Poi si forniscono i dati dei suicidi, non quelli dei tentati suicidi e dell’autolesionismo".
Rossi ricorda che in altre realtà carcerarie della Confederazione si può lavorare e svolgere altre attività. "Il problema è che la carcerazione preventiva resta uno degli strumenti più usati", spiega Giacinto Colombo, per anni ai vertici delle strutture carcerarie ticinesi e poi coordinatore di progetti sugli istituti di pena in Africa e in altre parti del mondo. "Ogni morto in cella - aggiunge Colombo - per lo Stato è una sconfitta. Non dico sia facile evitare i suicidi. Non sempre ci si accorge delle condizioni psicologiche del detenuto. Il periodo peggiore è nei primi mesi dopo l’arresto, quando si è lontani dagli affetti, c’è magari la presa di coscienza di un errore, di un comportamento penalmente sbagliato. Per quanto possibile si dovrebbero privilegiare le misure alternative, come gli arresti domiciliari. Anche perché in alcuni casi la carcerazione preventiva  è palesemente inadatta come misura e potrebbe apparire come un modo per spingere un detenuto a confessare".
L’avvocato Marco Broggini ricorda d’aver difeso un "falso medico" di 70 anni con un glaucoma. "Perché tenerlo in cella - si domanda ancora oggi - non aveva alcun senso. Personalmente mi sono scontrato più volte con magistrati che volevano la gente in galera anche in inchieste dove si procedeva con prove indiziarie. Poi, oggi parliamo tanto della Farera, ma vogliamo dimenticare le celle delle pretoriali?". Quelle celle dove nel 2001 un uomo di 66 anni si era ucciso impiccandosi con la sua camicia. "Lo ricordo ancora - dice Tuto Rossi - perché scrissi un articolo. Prendo atto che la situazione non è cambiata. Senza contare che molti detenuti in attesa di giudizio vengono poi dichiarati innocenti dai giudici". L’uso restrittivo della carcerazione preventiva viene contestato anche dal penalista Yasar Ravi. "Secondo me - spiega l’avvocato - non si rispettano le indicazioni della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. Non si possono tenere in queste condizioni di ristrettezza persone per le quali vale la presunzione di innocenza". m.sp.
29.10.2017


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