Dopo la "fuga" a Basilea dei parenti del tamil ucciso
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"Noi comunità tamil
ci sentiamo traditi"
PATRIZIA GUENZI


Stupore e amarezza. "Non si fa così, non hanno nemmeno ritirato le ceneri del povero Karan, sono fuggiti prima". A parlare col Caffè, alcuni membri della comunità tamil in Svizzera delusi dalla decisione della famiglia del profugo ucciso a Brissago la notte tra il 6 e il 7 ottobre scorsi di non rientrare in Sri Lanka dopo il funerale. Hanno chiesto asilo politico al centro di registrazione e procedura di Basilea. "Noi ci sentiamo un po’ traditi dalla moglie, dalle figlie e dal fratello di Karan - aggiungono -. Sono andati via in fretta e furia lo scorso lunedì sera, nessuno di noi ha potuto trattenerli, spiegare loro che non era corretto. A Lugano, nella casa in cui erano ospiti di un nostro connazionale, la sera prima, domenica, si è presentato un signore, probabilmente un avvocato, del canton Grigioni. Ha fatto firmare delle carte alla vedova, immaginiamo una procura".
Tanto stupore e molta amarezza tra i membri della comunità tamil che da tempo abitano in Svizzera. Qui si sono bene integrati, hanno tutti un lavoro "e abbiamo sempre rispettato le leggi", sottolineano. Evidentemente, inutile negarlo, i connazionali della vittima si sarebbero aspettati dalle autorità elvetiche un gesto umanitario nei confronti della famiglia dell’ucciso. In fondo la Confederazione avrebbe potuto offrire loro, una volta rientrati in patria e terminata l’inchiesta, questa possibilità, o almeno un aiuto economico. Karan, infatti, era l’unica fonte di reddito per Vijitha, la vedova 36enne, e le due figlie, Tharsikaa, 20, e Tharsini 16. "Ma fuggire così, no - riprende un connazionale -. E poi il fratello di Karan dove è finito? Nessuno di noi sa dove sia andato, ha fatto perdere le sue tracce".
Tra la comunità tamil che venerdì 20 ottobre ha accolto la famiglia di Karan in Svizzera ed ha partecipato ai funerali al centro crematorio di Bellinzona, si respira anche molta delusione. "Noi viviamo qui e siamo grati a questo Paese di averci accolti. Ecco perché il comportamento di Vijitha, delle figlie e del fratello di Karan ci fa male. Per dar loro un primo aiuto avevamo fatto anche una colletta durante il funerale. Potevano tornare in Sri Lanka e poi, successivamente, chiedere asilo in Svizzera".
Invece, dalla sera di lunedì scorso, anche l’Ambasciata svizzera in Sri Lanka e le persone che si sono occupate della famiglia durante il soggiorno in Ticino non hanno più avuto alcun contatto con loro. L’incontro con il procuratore responsabile del caso, Moreno Capella, ha avuto luogo come previsto lunedì scorso in mattinata. "Poi la sera - spiegano alcuni tamil - la famiglia ha deciso di seguire questo avvocato che si era presentato il giorno prima per convincerli ad andare a Basilea e chiedere asilo politico lì. Altro non sappiamo".
Ma ciò che più addolora la comunità sono le ceneri del povero Karan mai ritirate dai famimiari, rimaste in Ticino probabilmente presso la ditta di onoranze funebri che ha organizzato la cremazione. "Io li ho incontrati sabato sera, nella casa dove erano ospitati - racconta un giovane tamil che vive e lavora oltre Gottardo -. Se avevano in mente di fare questo non lo so, sta di fatto che a me non hanno detto nulla. Però è evidente che il sospetto c’è. Forse sono venuti in Svizzera per il funerale già con l’intenzione di restare e di chiedere asilo". Una richiesta più che legittima che, ripetiamo, poteva essere anticipata dalle stesse autorità elvetiche. Un gesto umano che al di là di tutto forse andava fatto, evitando così, anche, la fuga del fratello di Karan. "Rispettando la procedura però - ripetono alcuni tamil -. Siamo delusi perché tutti noi ci siamo attivati per loro. Organizzato la cerimonia, la raccolta di fondi, chiesto un permesso al datore di lavoro per partecipare al funerale... No, non si fa così".

pguenzi@caffe.ch
29.10.2017


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