Le analisi sulla violenza di chi vive il disagio e i giovani
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Dalle risse ai coltelli
ecco il Ticino violento
MAURO SPIGNESI


Assomiglia a un rosario di violenza. Una rissa davanti a una discoteca, un’altra all’interno di un night, una aggressione accanto alla pensilina di un bus, una zuffa tra ubriachi in stazione. "Fatti gravi, non c’è dubbio. Fatti che non vanno banalizzati, ma che al di là del lavoro della polizia vanno però spiegati ai ragazzi. Perché alle radici della violenza, che non va mai giustificata, spesso di nasconde un disagio. E su questo concetto bisogna lavorare", spiega Giovanni Casula, educatore di Ingrado con una lunga esperienza alle spalle di giovani e persone problematiche. Negli ultimi fatti in Ticino, in particolare in quello di Lugano, il sospetto della polizia, il forte sospetto, è che si tratti di un regolamento di conti tra bande rivali. Bande che stanno conquistando la notte ticinese. Un po’ come era accaduto nella sparatoria di via Odescalchi a Chiasso. Anche lì c’erano albanesi e sudamericani.
E quindi per capire è necessario, insieme al fattore del disagio sottolineato da Casula, conoscere il "collante aggregativo" che lega i gruppi giovanili. "Il minimo comune denominatore può essere geografico certamente, dunque di un paese, un quartiere o una città. Oppure sulla base di interessi, penso ai biker, i gruppi di motociclisti, o i quelli che si legano a movimenti musicali. Oppure quelli che pongono al centro delle loro azioni la squadra del cuore, come i tifosi organizzati che in alcuni casi diventano hooligan. O, ancora, il centro del loro legame sociale possono essere le etnie, ed è il caso delle gang albanesi, balcane o sudamericane", spiega Luca Bertossa, sociologo, e direttore scientifico delle inchieste federali, "ch-x", quelle realizzate fra i giovani come l’ultima sulle aspettative e i valori, condotta su un campione di 50mila ragazzi dai 19 ai 20 anni.
Secondo Bertossa è più facile "stare insieme se si cresce insieme e si nasce nello stesso luogo". Si crea una banda per difendersi dall’esterno, per avere più sicurezza e portare avanti costumi condivisi. Poi le bande possono orientarsi in attività diverse. Alcune pacifiche, altre violente. Come è capitato con quelle che hanno agito a Lugano o che tirano i fili dello spaccio di droga e del mercato della prostituzione nelle città italiane lungo la fascia di frontiera e che spesso, molto spesso, nel fine settimana fanno tappa in Ticino. Qui gli albanesi, ad esempio, vengono impiegati frequentemente come buttafuori in locali e discoteche. "In questo caso - spiega ancora Luca Bertossa - la causa è spesso la passione per muscoli e corpo modellato in palestra e l’effetto è trovare una professione adatta alla propria passione, come appunto il lavoro nei night". Poi, attorno ai locali notturni, nonostante gli sforzi dei gestori e i controlli della polizia, circola di tutto, droga e alcol in particolare. E qui covano e poi esplodono gli scontri violenti. E allora diventa difficile contrastare o comunque tenere costantemente sotto controllo certi fenomeni, come quelli che si sono affacciati nelle città ticinesi.
L’altro problema è che le discoteche sono frequentate da giovani e giovanissimi. Giovani appunto di origini diverse che vivono in Svizzera, dove spesso sono anche nati, o arrivano dall’estero. "Persone - spiega Giovanni Casula - che in maggioranza stanno attraversando un momento delicato della loro crescita e sono dunque fragili. Nella mia esperienza ho visto tanti giovani perdersi, ad esempio, per l’alcol. E ho visto che questo accade maggiormente se vivono in un ambiente degradato. In questo senso la struttura familiare, la capacità dei genitori (che vanno aiutati e assistiti se hanno bisogno) di spiegar loro che una sciocchezza come un pugno o uno schiaffo possono cambiargli la vita, c’è un rischio penale, è fondamentale. Gli atti devianti, la rottura delle regole sociali come le botte o andare a spaccare vetrine per lanciare un segnale ai propri pari o acquisire una sorta di leadership sono la segnalazione di un problema evidente e l’intera società deve farsene carico".
Dunque non soltanto la polizia o i gestori delle discoteche. "No - dice Casula - perché soltanto la repressione, le misure restrittive, non sono una soluzione, lo dicono gli studi e ce lo dice l’esperienza".

mspignesi@caffe.ch
05.11.2017


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